un neurone X due cervelli
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Un ringraziamento a tutti i neuroni che sono venuti a trovarci per *loading* volte
XVII - LE STELLE
La mattinata a scuola era trascorsa tranquillamente e la bambina dalla lunghe trecce ramate e i grandi occhi verdi, come tutti i giorni, stava uscendo sorridente. Chiacchierava e ridacchiava con le sue amichette. Ad attenderla, come sempre, c'era la ragazza alla pari che viveva a casa con loro. Era inglese, era alta e bionda con gli occhi nocciola e per le i era come una sorella maggiore. Viveva con loro da quasi due anni, da quando sua madre aveva deciso che dovesse imparare una lingua sconosciuta e strana. E poi così qualcuno si sarebbe preso cura di lei, dato che la mamma era sempre in ufficio. Appena la vide sorrise.
-Good morning.- disse la bambina mentre piegava ripetutamente la testa da un lato all'altro. -Chi è lui? Un tuo amico? Il tuo ragazzo?- Incalzò subito senza lasciarle il tempo di dire nulla.
-Ciao. Lui è...- risposte esitante la ragazza.
-Sono un collega di lavoro della tua mamma.- disse l'uomo sorridendo. -E mi ha chiesto di stare con voi per oggi.-
-Va bene!- rispose la piccola.
La ragazza le prese lo zainetto come faceva tutti i giorni. La bambina correva avanti e indietro mentre passeggiavano per tornare verso la loro abitazione.
-Non fare scherzi! Non vuoi che capiti qualcosa a te o alla piccola, vero? Comportati normalmente e questa sera sarà tutto finito... fai qualcosa di sbagliato e...- sussurrò all'orecchio della giovane ragazza. La giovane annuì senza dire una parola. Lui sorrise alla bambina che tornava di corsa verso di loro. Erano quasi a casa. Tutto procedeva senza problemi ed intoppi. Arrivati a casa, entrarono tutti e tre. Poco dopo, l'uomo diede una busta gialla alla ragazza.
-Vai fuori, c'è un uomo con una giacca di pelle nera. Dagli la busta e rientra. Hai un minuto. Poi la bambina muore!- disse con tono deciso.
-Va bene. Vado-
- Un minuto. Da adesso!- e fece partire il cronometro appena terminata la frase.
La ragazza si mosse con estrema rapidità verso la porta. L'ascensore era occupato, decise di prendere le scale. Corse giù più rapidamente che poté. Rischiò di cadere, ma arrivò giù. Vide l'uomo appena fuori dal portone. Gli consegnò la busta. Lui fece un cenno d'assenso e, con passo spedito, si incamminò. La ragazza lo seguì per un attimo con lo sguardo. "Ho solo un minuto!" E corse verso le scale. L'ascensore arrivò a terra mentre lei gli passava davanti. "Grazie al cielo!" Premette il pulsante del piano ed iniziò a salire. Appoggiò le mani ai fianchi respirando affannosamente. Entrò in casa e chiuse la porta. La bambina era seduta sul divano e guardava un libro illustrato.
-Sei stata brava. Continua così.-
"Bastardo!" il pensiero si lesse chiaramente negli occhi e lui sorrise.
-E tu come mai oggi non lavori? La mamma lavora sempre, fino alla sera!- La bambina lo fissò con sguardo interrogativo.
-La tua mamma lavora troppo. Ma è molto brava nel suo lavoro. Io sono qui solo per farle un favore.- disse mentre si avvicinava alla bambina. Le passò una mano sulla testa e la spettinò un po'. La bambina lo guardò corrucciata. Poi sorrise, quell'uomo era gentile e simpatico. Si sedette di fianco a lei e iniziarono a sfogliare il libro insieme.
"Cosa faccio? Come posso uscire da questa situazione? Devo chiamare la polizia." i pensieri della ragazza erano rivolti a come uscire da quella situazione. "La bambina non si è accorta del pericolo che comporta quell'uomo ed è meglio così." L'uomo l'aveva avvicinata mentre stava andando alla scuola. Le aveva perso il cellulare e le aveva fatto capire che era armato. Il telefono di casa era stato staccato. "Hanno pensato a tutto!"
Le ore scorrevano lente. Avevano mangiato tutti e tre insieme in cucina. Niente di complesso, un paio di tramezzini e del succo d'arancia. La bambina era andata nella sua stanza a fare i compiti. Tutto era tranquillo. "La bambina è nella sua stanza tranquilla, ma la ragazza sta diventando nervosa."
-Non c'è nulla da temere. Se le cose vanno come devono andare io fra un po' andrò via e voi non mi rivedrete più.- disse in tono rassicurante.
-Se fai qualcosa di male alla bambina... giuro che ti ammazzo!-
-Vorrà dire che se le cose vanno male ti farò fuori per prima!-
-Bastardo!-
-Cosa state facendo? Lo sai che non si dicono quelle parole? La mamma non vuole!- disse la bambina mentre si sedeva vicino al tavolo della stanza.
Sul tavolo c'erano le carte dei Tarocchi che usava sempre la mamma per giocare con lei. Erano tutte in disordine. Le rimise a posto. Ora erano tutte ordinate e dritte di fronte a lei.
-Ne manca una! Manca un carta! Dov'è? Queste sono un ricordo della nonna. Io non l'ho mai conosciuta, ma la mamma mi ha detto che sono un suo ricordo. E adesso ne manca una. Dov'è?- aveva gli occhi luccicanti. Stava per piangere. Le contò di nuovo e le impilò una sull'altra. Le Stelle erano la carta sulla cima del mazzo.
Il cellulare dell'uomo suonò. La bambina iniziò a piangere. L'uomo non rispose subito. La bambina continuava a piangere.
-Pronto!- disse e poi ascoltò in silenzio mentre guardava la ragazza che abbracciava la bambina. -Va bene!- e chiuse la comunicazione.
Prese la pistola dalla fondina. Avvitò il silenziatore e la puntò contro la ragazza e la bambina.
-Mi dispiace. Tua madre non ti ama quanto credi...-
-NOOOOO!- urlò la ragazza mentre si avventava contro l'uomo che stava per sparare. Il dito era arrivato a fine corsa del grilletto, ma non era successo nulla. Lo fece ripetutamente altre, ma il colpo non partì. La ragazza fu su di lui e lo spinse con tutta la sua forza. L'uomo barcollò indietro perdendo l'equilibrio. La finestra si ruppe sotto il peso dell'uomo e cadde. Mentre era a terra disteso ed immobile, guardò il cielo. Le stelle sembravano più luminose del solito. Molto più luminose. E un pensiero lo torturava. Lo torturava profondamente. "La mia pistola non si inceppa mai. Mai!"
XVI - LA TORRE
L'ascensore panoramico scendeva rapidamente verso il piano terra. L'uomo all'interno, elegantemente vestito, sorrideva compiaciuto. "Non pensavo che l'affare si chiudesse con tanta facilità. Devo ammettere che il lavoro svolto dalla mia giovane assistente è stato veramente impressionante. Non credevo che ci sarebbe riuscita, ma sono soddisfatto. Domani firmiamo il contratto e la mia società conquisterà un'altra ricca quota di mercato! E dopodomani i valori delle azioni schizzeranno alle stelle!"
Il rumore delle porte che si aprivano lo riportò alla realtà. Il sole era tramontato da un pezzo ed i negozi erano ormai tutti chiusi. Si incamminò verso l'uscita del palazzo. Fece un cenno di saluto ai custodi ed uscì. Aveva parcheggiato la macchina poco distante. Il garage sotterraneo era in fase di ristrutturazione e quindi temporaneamente non aveva a disposizione il proprio posto macchina. Era piacevole passeggiare con una serata simile. Respirò sereno l'aria della sera mentre attraversava la strada. "Domani... domani mattina... e avremo il contratto!" Ripeteva come una cantilena nella propria mente.
-Mi scusi signore.- disse una voce anziana e gentile proveniente dalle spalle dell'uomo. L'uomo si fermò. Si voltò e vide un'anziana signora, vestita con abiti logori e consunti. Aveva un bastone da passeggio, vecchio almeno quanto lei, su cui appoggiava la mano per stare in piedi. La squadrò da capo a piedi più volte.
-Mi dica.- disse in tono altezzoso e con aria di disgusto dipinta sul volto.
-Sarebbe così gentile da farmi un po' di carità?- disse l'anziana mentre porgeva una mano verso di lui.
"Sono nauseato! Questa città è sempre più piena di pezzenti ed accattoni! Come fa una persona a ridursi così? A vivere obbligando gli altri a vedere questo schifo? E io dovrei aiutarti..." Il pensiero fu interrotto dallo schiocco del bastone dell'anziana signora che si spezzava. La povera donna rovinò subito per terra.
-Potrebbe, per favore, aiutarmi a rialzarmi?- gli chiese la donna.
L'uomo la fissò con disprezzo. Si voltò e si incamminò verso la propria macchina con passo deciso.
-Aspetti! Mi aiuti... la prego- disse ancora una volta l'anziana. Nel vedere che non otteneva risposta una lacrima le rigò il viso. Prese qualcosa dalla tasca e lo fissò. "Uomo che non hai pietà del tuo prossimo... che questo ora sia il tuo destino!" L'oggetto scomparve dalla mano della donna. Si alzò a fatica e andò via.
L'uomo stava aprendo la portiera della macchina quando il cellulare squillò. Entrò e accese il motore. Rispose al telefono pigiando un tasto sullo sterzo. La telefonata durò alcuni minuti, durante i quali l'espressione dell'uomo mutò spesso. Terminò la comunicazione e si preoccupò per quello che aveva udito. "Dannazione! Se è vero quello che mi ha detto il mio socio, l'affare potrebbe sfumare". Selezionò sul display un nome e fece partire la chiamata. Dopo alcuni squilli una voce femminile rispose. Durante la telefonata udì chiaramente una porta sbattere e dopo il rumore di qualcosa che andava in frantumi. Alla richiesta di chiarimenti, la donna rispose che andava tutto bene. La telefonata durò per più di due ore. Avevano rivisto l’intero contratto, il progetto e le informazioni raccolte. Sembrava tutto a posto. "Bene, mi pare tutto chiaro, non c'è nulla di cui preoccuparsi! Tra cinque minuti sarò in ufficio e tranquillizzerò il mio socio!" Già, mentre guidava aveva deciso di tornare in ufficio. Ed era quasi arrivato. Parcheggiò la macchina e scese. "Non ci credo!" fu il pensiero che si creò nella mente quando vide, a pochi passi da lui, l'anziana donna di poche ore prima. Si stava avvicinando e sorrideva.
-Se ne vada! E mi lasci in pace! Non ho tempo da perdere con lei!- disse prima che la donna potesse aprire bocca. Camminò con passo veloce verso l'ufficio. Prese l'ascensore, senza rivolgere un minimo cenno di saluto ai custodi, e salì. L'ascensore gli sembrava lentissimo nel percorrere i 30 piani che lo separavano dal proprio ufficio. Arrivò e si diresse verso quella direzione. Appoggiò il pollice alla serratura e questa scattò. La porta si aprì. Andò alla scrivania, accese il computer. Prese il telefono e chiamò il suo socio. La telefonata fu molto concitata. Avevano informazioni diverse riguardo il contratto da firmare il giorno dopo. Mentre discuteva, si collegò al sito della borsa. Selezionò il proprio portafoglio titoli e sbiancò. In meno di due ore tutti i suoi investimenti erano crollati. Guardò le notizie. Un incendio stava bruciando il suo albergo migliore. Una piattaforma petrolifera, inaugurata da poco, era appena affondata. Una serie di fulmini aveva colpito una delle sue aziende di componenti elettronici, distruggendo il magazzino ed i sistemi di produzione. Appoggiò il telefono e chiuse la comunicazione, senza considerare quello che il suo socio gli stava dicendo. In meno di due ore era passato dalla ricchezza più solida alla povertà più assoluta. Si mise le mani nei capelli. "Perché a me? Perché?" La domanda non portava nessuna risposta. Non capiva.
Si alzò e andò verso la vetrata, da lì vedeva gran parte della città. Il telefono iniziò a squillare, ma non voleva rispondere. Il fax aveva iniziato a far uscire fogli, ma non andò a guardarli. "Perché a me? Perché?" La domanda tornò di nuovo. Non aveva più nulla. Gli restava solo la macchina. Decise di andarsene da lì. Uscì dall'ufficio. Non ricordava dove aveva messo le chiavi della macchina e le cercò nelle tasche. Oltre le chiavi, in una tasca della giacca, trovò una carta. Mentre scendeva la osservò ripetutamente. "Come mi è finita in tasca?" Era distrutto! Uscì dal palazzo e guardava ancora la carta. Si incamminò verso la macchina, giusto per assistere all'ultima beffa. La stavano rubando sotto i suoi occhi!.
-Bisogna essere generosi... se non si vuole perdere tutto!- sentì dire da una voce anziana e gentile alle sue spalle. Si voltò ma non c'era nessuno. Gettò la carta a terra. "Sono finito. Non ho più nulla. Come vivrò adesso?" Ma anche questa domanda non aveva più senso. Era stato investito e non c'era stato nulla da fare...
-Adesso hai perso veramente tutto!- fu l'ultima cosa che udì.
XV - IL DIAVOLO
-Mi chiedo come sia possibile che tu abbia fallito! Stupida ed inetta creatura!-
-Perdonatemi Padrone. Neanche io mi capacito del fallimento. Ero riuscito ad eliminare la ragazza, ma, quando stavo per colpire il ragazzo, qualcosa è intervenuto e l'ha protetto.- rispose timorosa la creatura dalla voce roca.
-Qualcosa? Potresti essere più preciso?- disse senza mascherare l'ira nella sua voce e alzandosi dal suo trono di ossa nere e teschi.
-Nell'istante in cui ho scagliato il mio colpo mortale, ho visto uno scudo di luce avvolgere la ragazza ed il Guardiano. Non mi è chiaro da dove sia scaturito. Ma non temete… la prossima volta non fallirò!-
-Non ti è chiaro?! Non ti è chiaro?!- urlò visibilmente adirato. Alzò la mano destra in direzione della creatura inginocchiata davanti a lui. La creatura alzò lo sguardo e si sentì soffocare.
-Padrone… Padr…- provò ad implorare la creatura. Il Padrone furibondo strinse ancora di più la presa ed il collo della creatura si spezzò. Si accasciò al suolo inerte. Il Padrone mosse rapidamente la mano destra e dalle dita uscirono piccoli lampi di luce che colpirono la creatura a terra e la fecero sparire.
-Sono sicuro che non fallirai… ne sono sicuro.-
La rabbia per il fallimento gli fece stringere i pugni. Fece alcuni passi respirando molto profondamente. "Questo fallimento non era preventivato!" Tornò a sedersi sul trono. I due piccoli demoni incatenati ai lati si ritrassero il più possibile per il terrore. Una sensazione generata dal loro stesso Padrone. A guardarle, si vedeva chiaramente la paura nei loro occhi.
"Stupidi umani! Sono convinti di essere riusciti ad imbrigliare il mio potere! Hanno solo impedito al mio corpo di vagare nel loro mondo. Ma se gli eventi si muoveranno nella direzione voluta, sarò di nuovo libero! E non commetterò più gli errori del passato!" Accarezzò le teste dei demoni incatenati al suo trono. Li sentì tremare. Godeva nel percepire la loro paura. "Tutti mi temono! Come è giusto che sia! Sono l'essere più potente di tutto il Creato, riesco ad esercitare il mio potere anche se sono stato bandito in questa prigione!"
Seduto sul trono il suo sguardo si perse nel vuoto. "Questa è la prigione dove sono rinchiuso da migliaia di anni. Un luogo che non ha confini. Più volte ho cercato un varco per uscire, ma tutte le volte ho fallito. Posso camminare per giorni interi per poi ritornare sempre al punto di partenza. Quante volte ho provato a fuggire senza riuscire? Ho smesso di contarle. Con il trascorrere del tempo ho scoperto come convocare i miei servitori, i quali mi omaggiano con ogni sorta di dono, ma null'altro. Quello che bramo è la libertà, quella che avevo agli albori della civiltà. Ricordo perfettamente il periodo del mio regno terreno, quando gli uomini mi veneravano, mi adoravano e mi osannavano! Quando, alla guida delle mia schiere demoniache, solcavo i cieli e portavo distruzione, terrore, morte… e qui, nonostante le mie possenti ali, non mi è consentito volare!"
-Maledizone! Che tu sia maledetto Guardiano! E lo sia tutta la tua progenie!- urlò alzandosi di scatto dal trono. I demoni incatenati quasi si spezzarono il collo nel tentativo di ritrarsi maggiormente dalla collera del loro Padrone.
"In questa mia prigione non ho più la sensazione di fame che un tempo placavo divorando le giovani carni di un uomo o di una donna. Non riesco ad avvertire il piacevole calore del sangue sulla pelle dei nemici massacrati durante la battaglia. In questo luogo non percepisco la stanchezza che provavo dopo una lunga giornata di guerra o di caccia."
-Eppure… eppure sono così vicino alla mia libertà! Così vicino che quasi riesco a toccarla!- disse mentre si avvicinava ad un grande tavolo di legno molto antico. Sul tavolo erano appoggiate delle immagini che lo rappresentavano. Perfettamente identiche nella fattura e nella dimensione.
"Se quello stupido non avesse fallito, ora sarei già libero! E gli uomini potrebbero vedere il mio potere e sentire la mia influenza. Purtroppo, da questa prigione sento le voci ed i desideri di tutti, ma ho potere solo sulle menti e sui cuori più deboli. Il mio potere influenza solo coloro che vogliono farsi corrompere, le persone che scelgono di seguire la strada che indico loro! Stupidi… quelli che mi adorano sono veramente convinti che al mio ritorno potranno avere tutto quello che desiderano!" Rise profondamente. Accarezzò ogni carta in modo voluttuoso, quasi sensuale, come se riuscisse a trarre piacere da questa azione.
"Devo impossessarmi di quella carta. Il Guardiano sarà ancora scosso da quello che gli è appena accaduto e non si aspetterà un altro attacco. Se recupero l'ultima immagine potrò liberarmi dalla prigione che mi ospita da troppo tempo ormai. E, tornato, non commetterò gli errori già fatti!" Strinse il pugno e lo batté con forza sul tavolo di legno. "Restaurerò il mio potere su tutti i regni, come un tempo! Avrò di nuovo schiere di adoratori. Sarò venerato ed osannato! E come allora, nessuno avrà il coraggio di affrontarmi. Nessuno la volontà e la forza di resistermi! Distruggerò, senza pietà, qualsiasi cosa si parerà di fronte al mio cammino!" Spalancò le ali come per spiccare il volo, allargò le braccia tendendole verso l'alto e gonfiò il possente torace. Emise un urlo di una intensità tale da far vibrare tutto quello che si trovava intorno a lui. Sfogò in questo modo la rabbia accumulata.
"Ricordo ancora il giorno della mia caduta. Ricordo quando un uomo osò sfidare il mio dominio e il mio potere. Come dimenticare l’oltraggio subito? Indossava una tunica bianca e venne a sfidarmi nella mia casa, nessuno aveva mai osato tanto! Nessuno aveva mai osato! Pensavo di divorarlo come spesso facevo con i miei schiavi, ma quell’uomo era speciale. Riuscì a resistere ai miei primi assalti, non temeva la mia figura e resisteva al mio potere! La sua Spada di Luce era stata la prima, ed unica, arma capace di ferirmi. Abbiamo combattuto per molti giorni, senza mai smettere. I miei servitori, dopo alcuni giorni di lotta, avevano provato ad intervenire ma un cerchio di luce impediva a chiunque di avvicinarsi a noi. Una protezione che l'uomo aveva costruito durante il combattimento. Nessuno di noi avrebbe mai vinto quello scontro. Ma l’uomo ad un certo punto mi diede le spalle e io credetti nella vittoria. Lo colpii e il mio artiglio lo trapassò. Non c’era più vita in lui, ma iniziava la mia prigione. Perché quello che non sapevo era che avevo toccato quella che sarebbe stata la mia prigione. Il mio corpo venne trasportato qui! In questo luogo maledetto!" Fece alcuni passi intorno al tavolo. "Quello che non sapevo è che dopo la mia sconfitta, il mio regno è caduto dopo poco tempo a causa dei dissidi tra chi prima mi serviva e alla mia scomparsa ha cercato il potere. L'uomo scacciò i miei servi dal mondo e creò il suo regno." Scosse il capo in segno di disapprovazione.
"Riuscii comunque con i miei poteri ad influenzare gli uomini, quelli deboli, sui quali avevo un certo ascendente. Le schiere demoniache, dopo essersi date battaglia per il potere, tornarono a servirmi. Con il tempo raccolsi le informazioni che cercavo. Avevo combattuto contro il capostipite dei Guardiani. Dopo la sua morte, il giorno della mia scomparsa, suddivisero la mia prigione in sei parti, grazie ad un potente incantesimo. Ad ogni Guardiano toccava la custodia e la protezione di una carta raffigurante la mia immagine. Quello che ho sempre creduto da quel momento è che se avessi riavuto tutte le carte, sarei stato libero! Libero di vendicarmi di chi mi ha rinchiuso qui da sempre!" Tornò al trono e si sedette con violenza, lasciandosi cadere. I demoni incatenati ringhiarono.
"Ho trovato in questi millenni trascorsi qui cinque Guardiani e recuperato le cinque carte che custodivano. Solo uno è sempre riuscito a sopravvivere, ha perpetrato quella dannata discendenza! E anche oggi si è salvato! Che tu sia maledetto!" Il pensiero venne interrotto da una serie di lampi viola e argento che si scatenarono di fronte al trono. Subito dopo una creatura dai lineamenti deformi e con gli arti superiori quasi rattrappiti comparve dal nulla.
-Padrone.- disse con voce afona prostrandosi – porto notizie del Guardiano.-
-Che genere di notizie?- chiese mentre con la mano sinistra stringeva con violenza uno dei teschi che componevano il trono.
La creatura si alzò e fece un passo indietro. –Credo che voglia portare un attacco alla vostra dimora! Per impossessarsi delle carte che avete recuperato nel corso del tempo…-
-Che cosa?- urlò –Vuole sfidarmi? Che venga a morire nella mia prigione, anzi… che venga a consegnarmi la carta che protegge, se proprio lo desidera!-
-Se ha il dono vedrà che lo state attendendo. Non credo che sia così stolto. Bisognerebbe invogliarlo…- suggerì con un ghigno.
-Hai ragione… preparerò tutto perché sia il benvenuto nella mia dimora.- Il Demonio invocò tutti i propri poteri e ordinò a tutti i servitori di lasciare la prigione. Anche i demoni incatenati al trono scomparvero. Un demone nascosto nelle ombre lasciò l’antico tavolo ove erano appoggiate le carte. Disse alcune parole in una lingua antica quanto il mondo e il tavolo brillò ripetutamente.
-Padrone- disse la creatura -prendo congedo, se permettete.-
-Vai pure… vai pure…-
La creatura si voltò e fece un passo, subito dopo mosse le mani e recitò una frase nella stessa lingua usata dal Demonio poco prima e le cinque carte sul tavolo sparirono lasciando una scia diamantina di luce. Nel usare questo potere il Guardiano si rivelò, ed ora era di fronte al proprio avversario, conscio di non avere vie di fuga.
-Dove sono? Dimmelo!- ringhiò con rabbia.
-Dove ti serviranno altre migliaia di anni per ritrovarle… La nuova generazione di Guardiani le custodirà!-
Il Demonio evocò il proprio potere. Onde nere di energia scaturirono dalle sue mani che colpirono il Guardiano, il quale non oppose alcuna resistenza e cadde a terra stremato.
-Una vita per un’altra vita.- furono le sue ultime parole. Il corpo, senza vita, scomparve. Nella prigione restarono solo le carte che il Guardiano aveva con sé. Il Demonio si avvicinò, prese quella che cercava e la posò sul tavolo, senza curarsi delle altre.
-Che tutti i Guardiani siano maledetti! Sappiate che un giorno avrò la mio vendetta e vedrò voi tutti soffrire per sempre! Per sempre!-
XIIII - LA TEMPERANZA
Il tavolo di legno era posto al centro della stanza quadrata. Era un tavolo rotondo a tre gambe. Guardandolo meglio erano evidenti i segni che ne rappresentavano la vecchiaia. Due sedie altrettanto vecchie e malandate erano poste una di fronte all'altra. La stanza era grande e fredda. Grossi blocchi di pietra grezzamente lavorati ne delimitavano il perimetro. Anche il pavimento era di pietra, una pietra accuratamente levigata che lo rendeva simile al marmo e contrastava decisamente con le pareti. Probabilmente anche il soffitto era nello stesso materiale, ma era impossibile averne la certezza data la notevole altezza; nemmeno due uomini posti in piedi uno sopra l’altro sarebbero infatti riusciti a raggiungerlo. Dal soffitto veniva irradiata una fioca luce azzurra, appena sufficiente per vedere all’interno della stanza. Oltre questo, la stanza aveva solo due porte di legno finemente istoriate disposte specularmente. Nessuna finestra o altro tipo di feritoia era visibile.
Le due porte si aprirono quasi all'unisono e due figure femminili comparvero una di fronte all'altra. Si guardarono con un'espressione sbigottita dipinta sul volto per lunghi istanti. Solo il loro respiro era udibile all'interno della stanza, nessun altro rumore giungeva in quei meandri. Le porte si chiusero e le due contendenti non si mossero. Sembrava ad entrambe di guardarsi in uno specchio. Due gemelle non sarebbero state più uguali. Solo le lunghe tuniche che indossavano le rendevano distinguibili. Una era bianca, quasi splendente, con ricami dorati; l'altra era nera, come una notte senza luna e senza stelle, con ricami argentei. Continuarono ad osservarsi senza proferire verbo.
La luce proveniente dal soffitto mutò di intensità, tremolando leggermente. Le due donne si avvicinarono alle sedie e si sedettero contemporaneamente. Ora fu possibile a tutte e due vedere una carta con il dorso rivolto verso l'alto appoggiata al centro del tavolo. Mossero nel medesimo istante la mano destra per prenderla, ma l'azione contemporanea bloccò entrambe. Si fissarono nuovamente negli occhi, come se stessero cercando qualcosa.
-Siamo di nuovo l'una di fronte all'altra.- esordì in modo ironico la donna con la tunica nera.
-Credevi o, meglio, speravi che questo non sarebbe più accaduto?-
-Come puoi pensare questo di me? Sconfiggerti è il mio piacere più grande.-
-Questa volta non accadrà! Non sempre le cose vanno come speri tu!-
-Se siamo qui... vuol dire che le cose stanno andando come voglio io!- e rise di gusto a questa affermazione.
La donna con la tunica bianca strinse i pugni in moto quasi di stizza. Lo fece tenendo le mani appoggiate alle ginocchia nascoste dal tavolo; in questo modo la donna con la tunica nera non si accorse di nulla. Erano in una situazione di stasi, ma la luce vibrò aumentando di intensità e la carta sul tavolo si alzò a mezz'aria. Restò immobile per alcuni istanti, senza che nessuna la toccasse, ruotò e ricadde sul dorso per mostrare la figura. Solo che, questa volta, non c'era nulla di disegnato sulla carta; era completamente bianca. La esaminarono con particolare attenzione, senza notare nulla.
-Cosa vuol dire? E' uno scherzo? Come possiamo interagire se non sappiamo su cosa?- disse la donna con la tunica nera.
La donna con la tunica bianca concentrò la propria attenzione sulla carta priva di disegno, senza prestare particolare attenzione a quello che aveva appena udito. "Deve avere un significato! Nulla è mai lasciato al caso... Le altre volte avevamo delle informazioni per valutare la situazione e decidere come agire. Questa volta è diverso... vuole qualcosa d'altro da noi. Ma cosa?"
-Vogliamo ancora perdere tempo? Non ti sei stancata di stare qui a giocare?-
-Tutte e due sappiamo che questo non è un gioco. Quando siamo convocate è perché c'è una questione da dirimere.-
-Se tu vuoi restare qui, resta pure. Io non posso e non voglio sprecare il mio tempo nel nulla! Lascio a te la decisione... qualunque essa sia!-
-Non è così che funziona. Quando veniamo convocate non ci è consentito andarcene. La tua impazienza è del tutto improduttiva... e tu lo sai!-
Il silenzio scese nuovamente nella stanza e le due donne tornarono a fissarsi negli occhi. "Che cosa rappresenta questa carta? Forse è questo il quesito a cui dobbiamo dare risposta." I pensieri della donna con la tunica bianca furono interrotti dal rumore di una sedia che cadeva. La donna di nero vestita era in piedi con le mani appoggiate al tavolo e fissava con insistenza la carta. Gli occhi le brillavano, come se avesse compreso tutto. Rapidamente allungò la mano verso la carta per impossessarsene. Appena la toccò un bagliore di luce la avvolse e iniziò a trasportare la sua essenza nella carta. Un disegno iniziò a formarsi, mentre lei stava scomparendo sorridendo soddisfatta.
-Non ti lascio andare... tutto l'equilibrio raggiunto sarebbe perduto senza di te!-
Toccò anche lei la carta. Come prima, un vortice di luce la avvolse e le due essenze divise ora si mescevano in un'unica figura.
-No! Vattene! Vai via da qui!-
-Sai bene che non mi è possibile…-
Le essenze delle due donne vennero assorbite dalla carta, che ora presentava come disegno una donna angelica di una bellezza senza paragoni. La donna aveva in mano due anfore, una d’oro ed una d’argento, ed era rappresentata nell’atto di versare il contenuto di una nell’altra.
"Molto bene… un'altra carta è pronta! A breve il mazzo sarà completo… e il futuro non avrà più segreti per me!" Prese la carta e l’osservò da vicino con molta attenzione. Recitò delle parole cariche di potere e passò ripetutamente una pietra sulla carta. Terminato il rituale, la carta era diventata d’oro e, soddisfatto, la ripose in una scatola in legno finemente lavorata e decorata.
XIII - LA MORTE
La città era silenziosa. Il sole pallido proiettava ombre statiche sul terreno. Tutto era fermo ed immobile. Nessuno camminava per le strade. Nessuno era alle finestre. Una sensazione di solitudine avvolgeva tutto quanto. Una figura leggermente curva e avvolta in un manto camminava al centro della strada. Si appoggiava ad un lungo bastone che produceva un rumore regolare mentre si muoveva.
TOC. TOC. TOC. TOC. Il rumore del bastone improvvisamente cessò. La figura si fermò al centro di un incrocio. Guardò in tutte le direzioni, ma non vide nulla di particolare, assolutamente nulla, anche perché non c'era nulla da vedere. Tutto immobile.
"Che cosa è avvenuto? Quale prodigio ha reso possibile tutto questo? Perché la città è totalmente vuota?"
TOC. TOC. TOC. TOC. Riprese a camminare più velocemente di prima ed il rumore del bastone contro il terreno aumentò d'intensità. Stava quasi correndo, per quanto le fosse possibile. Arrivò al centro della piazza dove avrebbe dovuto esserci un mercato e il vociare delle persone, ma, ciò che vide, furono solo i banchi abbandonati a se stessi con la mercanzia esposta e perfettamente in ordine. Delle persone nessuna traccia, nessun segno.
"Dove sono tutti?" Si fermò di nuovo e si appoggiò al bastone. Era sola, almeno per quello che poteva constatare. "E' desolante, non mi era mai capitato di trovarmi in una situazione simile. Che siano fuggiti tutti? Che siano tutti nascosti? E solo io sono... dove sono andati? E poi perché? Cosa può spingere le persone ad abbandonare tutto così?" Una forte folata di vento, proveniente dalla sue spalle, fece cadere alcune mele dal banco della frutta vicino a lei. Il rumore le fece voltare la testa. Si avvicinò e le raccolse, rimettendole sul bancone. Fece alcuni passi avanti e guardò con attenzione di fronte a sé. Sperava di vedere qualcosa o qualcuno muoversi. Niente e nessuno. Non un'anima viva. Decise di continuare questa strana esplorazione alla ricerca di qualcuno.
"Ci sarà ancora qualcuno in questa città?"
TOC. TOC. TOC. TOC. Riprese a camminare, attraversò un porticato e si ritrovò in una grande piazza con un castello al centro. Intorno alla piazza c'erano dei portici e dei negozi. I negozi erano aperti, ma dentro non c'era nessuno. Percorse tutto il perimetro della piazza, entrando ed uscendo da alcuni di questi negozi, senza notare nulla di particolare. La cosa più singolare di tutta questa situazione era l'ordine. Ogni cosa era al proprio posto, come se il tempo si fosse fermato. Guardò il cielo per vedere la posizione del sole. Non aveva un orologio, non l'aveva mai portato, il tempo non era mai stato importante e non era mai stato un problema.
"Devo capire cosa è successo. Devo analizzare questa situazione particolare e decidere come muovermi."
Mentre era assorta nei propri pensieri notò che le ombre si allungavano. Si voltò di nuovo verso il sole e vide che si stava muovendo, stava per tramontare. La velocità era impressionante. In meno di un minuto la notte era scesa. Vide la luna sorgere e scomparire dall'arco celeste. E di nuovo il sole nascere. Tutto si stava muovendo a una velocità che non aveva nulla di naturale. Il giorno e la notte si alternavano senza sosta e sempre più veloci.
"E adesso? Cosa diamine sta succedendo? Anche il tempo è impazzito? Prima scompaiono tutte le creature viventi e adesso questo?"
TOC. TOC. TOC. TOC. Riprese a camminare. Muoveva il bastone in modo meno pacato. Si trovava, per la prima volta, ad essere in uno stato di agitazione, una sensazione nuova, mai provata prima. Percorse tutta la strada sotto i portici fino ad arrivare ad un'altra grande piazza. La notte ed il giorno continuavano la loro alternanza sempre più veloce. Guardò gli edifici e vide alcune crepe su alcuni di loro, pezzi di intonaco che si staccavano dalle pareti. Qualche balcone iniziava a cadere. Tutto stava invecchiando. "Adesso basta!" Andò al centro della piazza. Il ponte di fronte crollò nel fiume sottostante. La chiesa oltre il fiume dava segni di cedimento. Alzò la propria falce al cielo e la batté a terra tre volte. "Perché non accade nulla?" Ripeté l'azione, ma, di nuovo, non accadde nulla.
"Questo non è possibile. Solo se il cielo e la terra avessero smesso di esistere, io avrei perso il mio potere. Questo era scritto! Non è possibile! Non esiste più nulla. L'uomo che per migliaia di anni mi ha temuto, rispettato e, in alcuni casi, venerato ha smesso di esistere. E quindi anche per me è giunto il momento di andare! La morte smetterà di esistere!"
Lo scorrere rapido del tempo aveva cancellato praticamente tutto. Del paesaggio circostante non rimaneva nessun segno. Si incamminò per uscire dai resti della città. Camminò a lungo, voleva il tempo per pensare. Pensare a come continuare ad essere ricordata. Arrivò alle pendici di un monte. Un monte con una croce sulla cima. Intravide delle caverne ed entrò. Non aveva bisogno di luce per muoversi. Camminò molto, molto a lungo. "Questo potrebbe essere il posto giusto!" Fece crollare il passaggio per giungere fin lì ed usò per l'ultima volta i propri poteri. "Ora si ricorderanno per sempre di me! E se qualcuno arriverà qui e mi troverà dominerò di nuovo nel mondo!" Fu un attimo. Dove prima c'era la figura ammantata in piedi, ora c'era una carta che riproduceva la figura ammantata dal volto scheletrico, con una falce in mano nell'atto di mietere la vita...
XII - L'APPESO
La fioca luce prodotta da alcune torce poste agli angoli e lungo le pareti della stanza illuminava l'ambiente creando ombre inquietanti. Nessun rumore proveniva da laggiù. Anche i topi si tenevano alla larga da quel luogo. Un luogo ove la paura ed il terrore regnavano incontrastati. Nessuno mai avrebbe voluto essere condotto in quella stanza. Gli occhi dei ragazzi erano fissi per osservare meglio tutto quello che era possibile vedere.
-Il male è un pericolo insidioso. Si può annidare ovunque e per combatterlo è necessario usare qualunque mezzo. Ricordatelo sempre. Il male è subdolo ed astuto. Capace di qualsiasi inganno per ottenere quello che brama!-
Le parole dell'Inquisitore rivolte ai ragazzi che osservavano tremanti la stanza dalla cima delle scale erano penetrate nelle loro menti come frecce infuocate. L'Inquisitore chiuse la porta dopo che anche l'ultimo ragazzo del gruppo ebbe modo di visionare bene la stanza. Diede due mandate alla serratura e ripose la chiave nella tasca.
-Quello che avete appena visto è un luogo dove si cerca la verità! Dove chi ha qualcosa da nascondere trova il coraggio di parlare, ma dove l'uomo giusto nulla deve temere, anche perché un uomo giusto mai varcherà la soglia che conduce in quella sala.-
Tacque dopo aver pronunciato le ultime parole e fissò tutti i ragazzi presenti. In quasi tutti si leggeva la paura negli occhi. La paura di essere condotti lì, di dover attraversare quella porta. Mentre li osservava molti deglutivano in silenzio.
-Ora potete andare ragazzi. Il mio confratello vi guiderà verso i piani superiori dell'edificio e potrete visitare il resto.-
I ragazzi ringraziarono l'uomo e si accomiatarono seguendo il giovane confratello. L'uomo restò immobile ad osservare mentre si allontanavano. "Spero che quello che hanno visto oggi resti nelle loro menti impresso a fuoco. Nulla è meglio della paura per tenere lontani dal peccato!" Quando il corridoio fu libero si recò presso le proprie stanze; voleva dedicarsi qualche ora alla lettura e alla preghiera.
-Inquisitore. E' richiesta la vostra presenza.- disse una voce subito dopo aver bussato e senza attendere.
L'uomo si alzò dalla sedia, chiuse il libro di fronte a sé e si preparò. Ripose il volume rilegato in pelle sullo scaffale della libreria e uscì. Con passo deciso e sicuro percorse tutto il corridoio. Arrivò alle scale a chiocciola ed iniziò a scendere con attenzione, gli davano un senso di claustrofobia. Una paura di cui non si era mai liberato completamente. Percorse l'ultimo tratto fino alla stanza, respirando lentamente e profondamente per trovare la giusta calma interiore. Aprì la porta e vide un uomo disteso su un tavolo con le mani ed i piedi legati a due argani. Era quasi nudo, i suoi averi erano appoggiati sulla scrivania presente nella stanza.
-Inquisitore... quest'uomo è accusato di conoscere e frequentare un mago o una strega.- disse un uomo vicino al tavolo della tortura.
-Che prove abbiamo per affermare ciò?- chiese l'Inquisitore.
-Sono innocente!- urlò l'uomo legato -non ho fatto nulla! Vi prego... liberatemi.-
-Taci!- ordinò l'Inquisitore -Ascolterò dopo le tue menzogne!-
-Questa mattina i soldati stavano raccogliendo le decime. Quando sono arrivati nei pressi della casa di questo contadino, lo hanno visto intento a cercare di vendere qualcosa ai passanti. Appena si sono resi conto di quello che stava accadendo, hanno deciso di trarlo in arresto e di condurlo qui.-
L'Inquisitore si avvicinò alla scrivania. Guardò i vari oggetti presenti e annuì con il capo. Osservò la carta con particolare attenzione senza toccarla. Un'espressione di stupore comparve sul suo volto. Si voltò mascherando ciò che provava con un'espressione di disappunto e osservò i presenti.
-Lasciatemi solo con questo essere malvagio! Uscite immediatamente!-
Senza fiatare i due confratelli lasciarono la stanza. Chiusero a chiave la pesante porta di legno e si inginocchiarono per pregare. Il lavoro dell'Inquisitore stava per cominciare.
-Vi prego... liberatemi. Io non sono un mago. Sono solo un contadino- bofonchiava l'uomo mentre le lacrime gli rigavano il volto.
-Stento a crederlo! Come sei entrato in possesso di quella carta? Dimmelo!- tuonò l'Inquisitore.
L'uomo aveva paura e la paura non gli permetteva di formulare un pensiero lucido e di conseguenza tardò a rispondere. L'Inquisitore azionò l'argano e iniziò a tendere le braccia e le gambe dell'uomo. Un urlo di dolore si diffuse nella stanza.
-Tempo addietro un uomo arrivò in casa mia. Voleva ospitalità per la notte e del cibo, ma non aveva soldi. Lo aiutai ugualmente. Restò nella mia casa per un paio di giorni. Prima di partire, mi fece dono di quella carta d'oro per ringraziarmi.-
-Vedi che le parole ti vengono quando sei stimolato nel modo corretto- disse l'Inquisitore, mentre ruotava ulteriormente l'argano.
L'uomo urlò nuovamente per il dolore. Adesso respirava con difficoltà, aveva tutti i muscoli tesi, quasi stessero per strapparsi e anche il diaframma faceva fatica a contrarsi. Il dolore era grande.
-Bella storia uomo! Ma non ti credo. Anzi, sai cosa credo? Credo che tu faccia parte di un culto che adora il maligno e che usiate queste come simbolo per riconoscervi e praticare le vostre nefandezze. E credo che oggi, in un momento di follia, tu abbia cercato di disfarti, lucrandoci, di questa prova! Ma la volontà divina si è mossa contro di te!- ringhiò con il volto a pochi centimetri da quello dell'uomo. Negli occhi era visibile tutta la sua furia. Fissò l'uomo in lacrime per diversi istanti. Fece per allontanarsi, ma cambiò idea e azionò con violenza l'argano. Un urlo agghiacciante echeggiò per la stanza, mentre i muscoli dell'uomo si strappavano e le ossa uscivano dalle loro sedi naturali.
-Tranquillo... non morirai ancora, anche se lo vorresti! Voglio divertirmi ancora un po' con te. Dovrò dire che sei stato restio a confessare e che sei deceduto perché ti ostinavi a non ammettere i tuoi peccati. A non confessare le tue colpe.- disse con voce pacata all'uomo immobile e con l'espressione di dolore dipinta sul volto. Slegò il corpo e lo usò con un certo divertimento con gli altri manufatti presenti nella stanza. Ascoltare le urla di dolore lo divertiva, lo faceva sentire vivo e poi non poteva uscire subito, aveva un'immagine da preservare. Girò quattro volte la clessidra prima di decidere che era giunto il momento di interrompere i giochi. L'uomo era in fin di vita. Non urlava praticamente più.
Si avvicinò alla carta e la guardò, un sorriso si disegnò sul suo viso. "Ecco come morirai." Tornò verso l'uomo, lo prese e lo gettò a terra. Prese una fune che pendeva dal soffitto e ne legò un capo alla caviglia dell'uomo. Legò l'altra caviglia al ginocchio e bloccò le mani dietro la schiena, quindi lo issò. Ora l'uomo era appeso a testa in giù. "Non male... non male... ma vediamo di terminare in fretta quest'opera!" Spostò una botte quasi piena d'acqua sotto il corpo dell'uomo e quindi lo abbassò al suo interno. L'uomo non riuscì a reagire. Capì che ormai non c'erano più speranze, vedeva la propria morte. Pochi minuti nell'acqua e l'uomo smise di dimenarsi.
L'Inquisitore prese tutti gli averi dell'uomo e li gettò nel fuoco, che ebbe una vampata. Prese la carta d'oro e la nascose all'interno del suo abito. "Finalmente... ho trovato un'altra carta perduta! Me ne mancano ancora molte, ma se è vero quello che dice il libro quando le avrò tutte sarò..." Non concluse il pensiero. Salì le scale, aprì la porta ed uscì. I due uomini erano ancora lì a pregare.
-E' morto. Non ha voluto dire nulla per aiutarci. Ho fatto di tutto per aiutarlo, ma ahimè ho fallito. Prima di uscire ho bruciato tutto quello che possedeva, il male non deve uscire da quella stanza! Alimentate ancora il fuoco. Vado a trovare conforto nelle mie stanze.-
-Come desidera... Inquisitore.- risposero i due.
Si accomiatò e si incamminò lungo il corridoio. "Devo averle tutte! Devo averle tutte! Gli Arcani del Potere saranno miei... solo miei!"
XI - LA FORZA
Il sole filtrava dalle finestre non perfettamente chiuse con sottili lame di luce. Il giovane era disteso sul letto con le mani incrociate dietro la testa e guardava il soffitto con espressione assente. Al suo fianco c'era la sua splendida ragazza. Il respiro leggero e regolare indicava che dormiva ancora.
"Quando ho cominciato, non credevo che sarei riuscito ad arrivare fino qui. Credevo che mi sarei arreso prima, come faccio di solito con tutte le cose. Le inizio, ma difficilmente riesco a portarle a termine. Però questa volta è diverso. Devo e voglio farcela, perché la posta in gioco è troppo alta! Ogni tanto mi chiedo quali siano le differenze o che cosa sia cambiato rispetto a prima, ma non riesco a vedere o a percepire nulla. Tutto mi sembra uguale. Io sono sempre lo stesso, o almeno mi sento sempre lo stesso, pigro ed un po' svogliato in tutte le cose. Dal lavoro alla vita. Tutto è di una noia... di una noia mortale per me! Ma non posso più coinvolgerla, adesso il gioco è diventato pericoloso..."
-Ti sei addormentato con gli occhi aperti?- disse bisbigliando una dolce ed assonnata voce femminile.
Al sentire quelle parole i pensieri del giovane si interruppero, girò la testa verso sinistra, vide il volto sorridente ed assonnato della sua ragazza a pochi centimetri dal suo e ricambiò il sorriso. Ritornò subito nella posizione precedente a fissare il soffitto.
-A cosa stavi pensando? Ti ho guardato per diversi secondi e sembravi come ipnotizzato! Mi rendo conto che il mio soffitto bianco sia bello ed interessante, ma non ti sembrava esagerato fissarlo in quel modo? Vedi delle cose che io non vedo? Se c'è qualcosa dimmelo...- continuò lei mentre appoggiava la testa tra la spalla ed il torace del ragazzo.
"Vorrei poterti parlare di quello che vedo, ma non credo capiresti. E credo anche che potresti considerarmi un pazzo o un visionario... o tutte e due le cose insieme. Non è questo quello che voglio, desidero solo che tu sia al sicuro. La mia e la tua vita sono state legate e credo che lo saranno sempre, ma ho paura che la tua vita sia in pericolo se resteremo insieme. Solo che non ho il coraggio di dirtelo... amore mio."
-Amore, volevo dirti che sabato sera ho organizzato tutto per andare a ballare. Lo sai che mi piace, e che adoro ballare per te... Non vedo l'ora che sia sabato!-
"Sabato... lei pensa già a sabato sera. Ed io faccio fatica a pensare a domani, al domani. Già, perché potrebbe non esserci un domani. Maledizione!"
-Certo mio piccola stella. Sabato a ballare...- disse il ragazzo, sospirando leggermente e con tono falsamente convito. Il braccio di lei si strinse ancora di più al corpo di lui, come a volerlo ringraziare. Il giovane tornò a fissare il soffitto, come se ci fossero delle immagini che solo lui era in grado di vedere.
"Come posso dirle che non l'amo più quando non è vero? D'altronde non posso dirle la verità. Devo trovare la forza e devo smettere di tergiversare per parlarle. Per chiudere questa relazione. Devo inventare qualcosa, anche se non so ancora cosa..."
Restò fermo nel letto ancora per un po' senza dormire, con il braccio leggermente indolenzito e la mente assente. Decise di alzarsi. La ragazza si era nuovamente addormentata. Si mosse con estrema delicatezza per non svegliarla e ci riuscì. Andò in cucina. Il tavolo era ancora in disordine. Si diresse verso il frigorifero per prendere del succo d'arancia. Bevve dalla bottiglia, come sempre, e si sedette su una sedia.
"Ogni tanto mi chiedo perché proprio io? Per quale motivo sono stato scelto?" mentre si poneva questa domanda iniziò, quasi inconsciamente, a mescolare le carte davanti a sé. Erano rimaste sul tavolo dopo la consultazione della sera precedente. "Adora sentirsi dire che staremo sempre insieme, che il nostro legame è indissolubile. Quello che non capisco è come questo possa coincidere con la mia volontà di lasciarla. Se le carte non mentono, che cosa mi sfugge?" Poggiò le carte e, con un veloce colpo di mano, le distese sul tavolo. Ne estrasse tre e le guadò turbato. Si accarezzò il mento. Sentì la barba di qualche giorno. "Devo radermi". Prese una delle tre carte in mano, come per studiarla meglio per cercare in un dettaglio una risposta alle sue domande.
-No!- urlò con rabbia -Questo no!-
Si alzò di scatto dalla sedia per dirigersi verso la camera da letto. La sedia cadde all'indietro spinta dalla rabbia del ragazzo. Il corpo della sua ragazza era immobile, come l'aveva lasciato quando si era alzato. Non c'era movimento del torace. Si avvicinò e poggiò due dita sul suo collo. Non c'era battito. Era morta. L'aveva persa per sempre. Si inginocchiò ai piedi del letto e iniziò a piangere disperato. "E' tutta colpa mia. Sapevo che dovevo chiudere questa storia! Ma non sono riuscito ed ora lei è morta! Ed è solo colpa mia! Solo colpa mia! Mia!"
-Hai ragione... ed ora perderai la tua di vita!- disse una voce roca e infida proveniente dalle spalle del ragazzo.
Il giovane si voltò di scatto. Una creatura senza volto e dalle vaghe forme umane a pochi passi da lui inspirò profondamente e spalancò le fauci. Un istante dopo e con un gorgoglio sinistro, dalla bocca spalancata si produsse un'onda di energia nera. Il ragazzo alzò la mano con la carta come per proteggersi, ma la sua mente non riuscì a trovare nessuna forma di difesa. Uno scudo di luce l'avvolse e lo protesse dal colpo della creatura.
-Maledetto! Non so come tu sia riuscito a salvarti, ma ritornerò e tu morirai!"- disse la creatura prima di scomparire in un vortice nero.
Era esterrefatto da quello che era accaduto e le lacrime iniziarono a sgorgare copiose dai suoi occhi. Si girò per abbracciare il corpo della sua amata, che ora emanava un rassicurante tepore e un debole alone di luce. Le diede un ultimo tenero bacio sulle labbra. Un bacio che li avrebbe uniti per sempre. "Le carte non mi hanno mai mentito. Adesso ne ho compreso il significato. Io e te sempre insieme. Mi hai protetto tu dalla creatura. Tu sei la mia nuova forza!"
-Ti amo!- disse stringendo la carta sul cuore.
-Anch'io ti amo- rispose la ragazza.
X - LA RUOTA DELLA FORTUNA
L'uomo camminava lungo la strada facendo molta attenzione. La nebbia avvolgeva ogni singolo elemento del paesaggio, rendendo tutto uguale. Anche la luce proiettata dai lampioni ne era assorbita. L'uomo non riusciva a vedere a più di un metro da sé. "Dannazione! Come ho potuto essere così stupido!" I passi erano lenti e pesanti, come a voler ritardare il proprio destino. "Sapevo quello a cui andavo incontro. Perché l'ho fatto? E perché, adesso, non ho il modo di rimediare? Io voglio rimediare!" I pensieri che occupavano la sua mente lo avevano distratto, al punto che l'urto giunse improvviso ed inaspettato. Perse l'equilibrio e cadde a terra. Una mano si protese dalla nebbia e restò ferma, immobile di fronte a lui.
-Mi scusi, non l'avevo proprio vista... con questa nebbia- disse una voce, chiaramente maschile.
L'uomo a terra prese la mano e si tirò su facendosi aiutare. Non si era fatto male, ma era un po' dolorante per la botta al sedere.
-Non si preoccupi, non l'avevo vista neanche io... inoltre stavo pensando a tutt'altro.- rispose l'uomo mentre si dava una sistemata al cappotto.
-I pensieri...- indugiò senza terminare la frase. -Se lo desidera, io potrei aiutarla a risolvere il suo problema.-
-Mi sta prendendo in giro? Lei come fa a sapere quali sono i miei problemi?-
-Mi ascolti attentamente- disse la voce in tono fermo -la fortuna è una ruota che gira. E' solo questione di tempismo.-
Lo sguardo dell'uomo si fece interrogativo. Non riusciva a vedere il proprio interlocutore in volto, ma percepiva una sensazione di sicurezza, quasi di verità, provenire dalla sue parole. "Perché mi dovrebbe aiutare? Che cosa ci guadagna?"
-Mi ascolti, la prego, credo che se ci siamo incontrati ci sia un motivo.- Tossì e si schiarì la voce, prima di riprendere. -Io non ci guadagno nulla, ma lei sì!-
-Nessuno fa niente per niente!- replicò l'uomo, quasi stizzito.
-Se seguirà tutte le mie indicazioni, da domani non avrà più problemi.- disse la voce mentre porgeva una carta all'uomo -Prenda questa. La tenga sempre nella mano sinistra. Alla fine di questa via c'è un locale, credo che lei lo conosca. E' un casinò. Entri e si diriga verso il primo tavolo della Roulette. Scelga un numero e lo giochi tre volte di fila, lasciando sul tavolo quello che ha vinto. Non una volta di più, mi raccomando. Quindi ritiri la sua vincita ed esca dal locale.-
Una risata sgorgò spontanea dalla bocca dell'uomo. Passarono diversi secondi prima che l'uomo smettesse. La sensazione di sicurezza continuava a sentirla, ma si sentiva preso in giro. Buggerato da uno sconosciuto che non riusciva neanche a vedere in faccia. "Certo, è proprio quello che farò!"
-Devo dirle solo più due cose. La prima riguarda la puntata di partenza; usi la banconota che ha nella tasca destra dei pantaloni. La seconda riguarda la carta; uscito dal locale troverà alla sua sinistra un barbone con un fuoco acceso dentro un bidone, per scaldarsi. Getti la carta nel fuoco e sia generoso con il barbone.-
-Aspetti!- disse l'uomo, mentre avanzava nella nebbia alla ricerca di chi gli avesse dato la carta, ma non vide nessuno.
"Questo era un vero e proprio pazzo!" pensò mentre infilava la mano destra in tasca e sentiva la consistenza di una banconota. La tirò fuori e la guardò stupito. Una banconota che non si ricordava di avere, altrimenti l'avrebbe giocata nel pomeriggio alle corse. "Proviamo! Al massimo perderò questo poco che mi rimane!" E si incamminò con passo deciso verso il casinò indicatogli. Dopo pochi minuti varcò l'ingresso. Fece tutto quello che la voce gli aveva indicato... o quasi. Giocò più di quanto gli aveva permesso la voce, ma continuò a vincere, fino a quando non fece saltare il banco e venne allontanato. Al ché uscì. Era pieno di soldi. Ne aveva due borse piene. Si incamminò verso sinistra, come la voce gli aveva detto di fare, vide il barbone e passò oltre, dirigendosi verso uno degli alberghi più lussuosi della città. "Ora posso iniziare una nuova vita; lasciarmi alle spalle tutto e ricominciare! Che fortuna che ho avuto!" Prese la suite e salì. Arrivato in camera, buttò le borse per terra e gettò la carta sul letto, facendola ruotare. Mentre camminava verso il letto, assorto nei propri pensieri di ricchezza, perse l'equilibrio e cadde a terra. Una mano si protese dalla nebbia e restò ferma, immobile di fronte a lui.
-Mi scusi, non l'avevo proprio vista... con questa nebbia- disse una voce, chiaramente maschile.
L'uomo a terra, prese la mano e si tirò su facendosi aiutare. Non si era fatto male, ma era un po' dolorante per la botta al sedere.
-Non si preoccupi, non l'avevo vista neanche io... inoltre stavo pensando a tutt'altro.- rispose l'uomo mentre si dava una sistemata al cappotto.
-Le auguro una buona giornata- disse la voce mentre si allontanava.
"Vorrei che lo fosse. Quanto vorrei che lo fosse!" pensò l'uomo mentre si dirigeva verso casa, pensando a come giustificare alla moglie quello che aveva fatto.
VIIII - L'EREMITA
"Sono ormai trascorsi molti anni da quando decisi di abbandonare la mia vita per seguire un'altra strada. Mi ricordo di quello che ero prima e non lo rimpiango affatto. Quando presi la decisione che avrebbe cambiato per sempre la mia vita, non mi rendevo del tutto conto di quello che stavo per fare, ma non sono affatto pentito. Anzi, tutti questi anni di ascesi solitaria, mi hanno permesso di raggiungere un livello tale di consapevolezza che nessuno possiede. Purtroppo, la consapevolezza mi ha mostrato che non possiedo la saggezza. Per quella è necessario vivere, confrontarsi, sbagliare."
-Devi cercare chi sei... forse un periodo di solitudine potrebbe aiutarti.-
"Ecco... un altro spirito libero alla ricerca di se stesso. Peccato non potergli dire che nella solitudine non si è in grado di trovare se stessi. Sarebbe anche inutile farglielo presente. Mio nonno mi ripeteva sempre che non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire... e cercare di evitare che qualcuno commetta un errore che noi abbiamo già commesso è impresa impossibile. Sarà meglio che questo individuo percorra la sua strada senza il mio intervento."
-Ci stavo pensando da un po'.- sospirò l'uomo -solo che non so dove andare.-
"Anche io, quando presi la decisione di partire, non sapevo quale sarebbe stato il mio percorso, la strada precisa che avrei seguito. Devo essere onesto, avevo molti denari a disposizione, e questo mi permise di dedicarmi alla ricerca di un luogo solitario senza problemi e preoccupazioni. Allora come oggi, da quello che mi è dato sapere, viaggiare costa... e, ora che ci penso, a me è costato molto, forse troppo."
-Dovresti lasciarti guidare dal tuo destino, non pensare a dove andare. Lascia che sia il destino a guidarti!-
"Ancora questa storia del destino. La favola ingannevole che tutti sono disposti a credere per abbandonare le proprie responsabilità. Siamo noi stessi gli artefici del nostro destino. Certo, ci sono altri che, intrecciandosi con il nostro cammino, fanno mutare il nostro destino. Ma ne siamo sempre noi gli artefici. Forse questo dovrei dirglielo? No, meglio di no. Vediamo se è sveglio o se è il solito tontolone."
-Già, la fai facile tu!- disse l’uomo abbozzando un sorriso -comunque dato che sono qui, vediamo che cosa mi riserva il mio destino.-
"Si, potrebbe essere lui. Credo che sia abbastanza intelligente da capire l'offerta che gli farò. Voglio correre questo rischio? Dovrei ingannarlo? Il suo cuore sembra veramente alla ricerca di pace e serenità. Non riesco a capire per quale motivo. Lo sta nascondendo e lo sta facendo molto bene, anche perché lo sta nascondendo a se stesso. Ora lo sento chiaramente. Ha bisogno di essere lasciato solo... si può essere lui!"
-Direi che da quello che vedo il tuo futuro non può che essere roseo... Vedo uno scambio, ma non capisco cosa voglia dire.-
"Tu non lo sai, ciarlatano che non sei altro! Stringi tra le mani un potere infinito che non sai usare... ma io si! Posso offrire a questo ragazzo, anzi uomo, la possibilità che il suo cuore chiede a bassa voce. Credo siano passati circa duecento anni da quando ho accettato la solitudine di questo luogo. E' vero che sono stato attirato qui con l'inganno, ma sono io che mi sono fatto ingannare. Volevo stare solo e quando ho desiderato andarmene, mi sono reso conto che non potevo, che avrei dovuto aspettare. Ora, da molto tempo, ho l'occasione di farlo, ma non voglio ingannare nessuno. E quest’uomo potrebbe essere colui che cerco... spero di non sbagliare."
-Devo pescare ancora una carta vero cartomante?- disse l'uomo dando un'occhiata furtiva al proprio orologio.
"E' il mio momento!"
Le carte erano sul tavolo distese e mostravano il dorso. La mano dell'uomo andò dritta verso una carta di fronte a lui. Stava per prenderla quando la mano si spostò rapida verso destra. Appoggiò la mano sulla carta e tutto si fermò. Si trovò in una stanza e di fronte a sé aveva un vecchio, con una fluente barba bianca e vestito di una tunica un po' logora e un mantello rosso scuro tendente al granata sulle spalle e sulla testa. Il vecchio aveva un bastone nella mano sinistra e una lanterna in quella destra. Erano fermi a pochi passi l'uno dall'altro e si guardavano.
-Dove siamo?- chiese l'uomo con voce tremolante.
-Siamo in uno dei pochi punti dove il mio mondo e il tuo si possono incontrare. E io voglio farti una proposta.- replicò il vecchio con tono rassicurante. -Vedo nel tuo cuore che cerchi la solitudine. Che hai bisogno di stare solo. E io ti posso offrire la solitudine, come fu offerta a me molti anni fa. Ti interessa?-
-Si, è vero, cerco la solitudine. Cerco la libertà dalle regole di questo mondo che mi opprime! Voglio essere libero... libero e solo. Cosa devo fare?-
-Una cosa molto semplice. Tu dovrai indossare i miei abiti ed io i tuoi.-
-Cosa? Ti stai prendendo gioco di me vecchio?-
-Certo che no. In questo luogo non ci può essere contatto tra di noi- disse il vecchio, mentre provava a colpire l'uomo con il suo bastone. -Vedi? Ti è passato attraverso.- continuò mentre appoggiava il bastone per terra. -Prova a prenderlo adesso.-
L'uomo si piegò e, titubante, provò a prendere il bastone e ci riuscì.
-Comprendi? Dobbiamo lasciare che i nostri abiti siano il veicolo per attraversare i mondi. I nostri corpi torneranno, ma io sarò in te e tu sarai in me.-
L'uomo fece un cenno di assenso con le testa, mentre iniziava a spogliarsi.
-Devo dirti ancora una cosa. Voglio essere sincero con te. Non potrai andartene quando vorrai. Dovrai restare nella mia carta fino a quando non avrai abbastanza forza per convocare qualcuno, come ho fatto io con te. E il tempo ha un valore diverso del mio mondo. Sentirai tutto quello che ti capita intorno, ma non potrai interagire. Sei ancora sicuro?
-Sì- disse l'uomo mentre iniziava ad indossare gli abiti del vecchio.
Terminata la vestizione, le due figure si guardarono intensamente. Il tempo concesso loro stava per scadere. Le loro immagini erano sempre più sfocate.
-Addio- disse il vecchio -tra un po' sarò al tuo posto nel mondo.-
-Addio e grazie vecchio- rispose l'uomo -e non averne a male...- concluse con un sorriso.
L'uomo si trovò nella stanza con una carta in mano. Sorrise. Era di nuovo libero. Libero nel mondo. Libero di esplorare e di conoscere. Il rumore di una porta che cadeva li fece sussultare. Una squadra della polizia irruppe armi in pugno nella stanza.
-Fermi! Non fate movimenti bruschi!-
Il cuore dell'uomo batteva fortissimo. Non si ricordava l'effetto della paura, poiché erano trascorsi troppi anni dall’ultima volta che aveva provato un’emozione.
-Tu con la carta, lasciala andare! Appoggia la faccia sul tavolo e metti le mani dietro la schiena!-
Fece quello che gli venne detto. Ma non capiva il perché. "Cosa sta succedendo?"
-Sei in arresto!-
-Che cosa ha fatto?- chiese il cartomante sbiancando in viso.
-Quest’uomo è accusato di omicidio! Ha dato fuoco all'automobile della sua donna. Solo che dentro c'erano lei ed il suo amante!- rispose il poliziotto, mentre stringeva le manette intorno ai polsi dell'uomo.
-Resterai in galera per tutta la vita che ti resta da vivere!- disse l'altro poliziotto.
"Sono stato di nuovo ingannato. Una nuova prigione mi attende..." pensò l'uomo mentre una lacrima scendeva rigandogli il viso.
VIII - LA GIUSTIZIA
La donna seduta alla propria scrivania stava leggendo i documenti che aveva di fronte. Sottolineava ed evidenziava i passaggi che riteneva di maggiore interesse. Non avrebbe avuto il tempo di rileggere tutto una seconda volta, quindi doveva ottimizzare il tempo a sua disposizione. Si mise le mani nei capelli. "Non riuscirò mai a finire in tempo!" Tra una frase e l'altra era quello il suo pensiero ricorrente e dominante. La scrivania era un totale disordine. Doveva riordinare per evitare di perdersi delle cose. "Con calma...adesso sistemiamo tutto e poi riprendiamo in modo organico" Iniziò a dividere i fascicoli e la sua attenzione cadde su una busta gialla. "E questa?" pensò mentre la prese in mano. "Da dove è arrivata? Il mio ufficio era chiuso..." La aprì usando il tagliacarte per tenere i bordi perfettamente lisci, d'altronde lo faceva sempre... Girò la busta e caddero sulla scrivania un foglio piegato ed una carta. Il suo sguardo si corrucciò mentre apriva il foglio.
NON SBAGLIARE! DAL TUO GIUDIZIO DIPENDE LA VITA DEL NOSTRO "AMICO". COME VEDI NOI ABBIAMO QUALCOSA DI TUO.
Le lettere che componevano il messaggio erano state sicuramente prese da un quotidiano. Ed il lavoro era stato fatto in modo preciso ed estremamente curato. Nessuna sbavatura di colla e il taglio era perfetto. "Cosa faccio adesso?" Il cellulare iniziò a vibrare. E dopo pochi secondi iniziò a suonare. Guardò il display, ma non dava nessuna informazione. Attese alcuni secondi e poi rispose.
-Pronto!-
-E così hai aperto la busta. Non essere stupida e non chiamare la polizia. Altrimenti tua figlia morirà!-
-Cosa volete da me?-
-Adesso non mi interrompere e ascoltami attentamente. Non ripeterò le cose due volte.- La voce al telefono era sicura e pacata -Come hai potuto vedere, ti abbiamo recapitato qualcosa per farti capire che siamo a casa tua... e non solo! Stai per emettere una sentenza. Ebbene con quella sentenza salverai o condannerai anche tua figlia. Ora, brucia la lettera che hai ricevuto!-
Appoggiò il telefono alla scrivania, andò verso la sua borsa, trovò l'accendino e tornò alla scrivania. Prese un foglio di carta e lo bruciò appoggiandolo al posacenere di vetro.
-Fatto- disse lei con voce tremolate -e adesso? Cosa devo fare?-
Ci fu un lungo istante di silenzio.
-Ascoltami! Non mi piace essere preso in giro! Ti ho detto di bruciare il foglio che ti abbiamo spedito, non uno qualunque! Un altro scherzo del genere e tua figlia non vedrà il tramonto! Ora... brucialo!-
"Mi stanno osservando... probabilmente da uno degli appartamenti di fronte al mio ufficio.." Tenendo il telefono appoggiato alla spalla, prese il foglio trovato nella busta e con l'accendino gli diede fuoco. Lo appoggiò al posacenere e vide una serie di scintille scaturire dal foglio.
-Molto bene... sei stata brava. Per adesso tua figlia vivrà. Attendo con ansia la sentenza... giudice!- disse l'uomo prima di chiudere la comunicazione.
Chiuse il cellulare e lo appoggiò al tavolo. Iniziò a piangere. Si portò le mani agli occhi. La disperazione le stringeva la bocca dello stomaco, stava per vomitare. Lei poteva fare poco; solo la giuria avrebbe deciso e, dati i fatti, il giudizio sarebbe stato di colpevolezza. Lei poteva solo mitigare la condanna o trovare un errore procedurale. "E' giusto quello che sto facendo?" il pensiero le penetrava sempre più nella mente, mentre sfogliava di nuovo tutta la documentazione che aveva a disposizione. L'intento ora era diverso. Cercava una scappatoia per salvare la vita di sua figlia.
La carta di fronte a lei sembrava osservarla. La donna ritratta era seduta su un trono. Nella mano destra stringeva una spada e nella sinistra una bilancia, i cui piatti erano in perfetto equilibrio. "Che scelta azzeccata... non avrebbero potuto fare meglio!" Mentre continuava a consultare i fascicoli osservava la carta, come per ricevere un cenno di approvazione per ciò che stava facendo. "Non è giusto! Per salvare mia figlia, sono costretta a liberare un assassino! Un maniaco! Ma non posso permettere che mia figlia muoia!"
Aveva ancora poco tempo a disposizione. Scorrendo uno degli ultimi fascicoli, notò qualcosa. Lesse con attenzione e vide una speranza per invalidare il processo. L'uomo sarebbe stato libero e sua figlia salva. Indossò la toga e si avviò lungo i corridoi. Aveva con sé tutti i documenti e la carta che gli avevano spedito. Mentre camminava si sentiva osservata. Entrò in aula. Le consegnarono il verdetto e attese che il capo dei giurati lo leggesse. -COLPEVOLE!- Adesso doveva intervenire. Ma non lo fece. La carta la fissava e le ricordava qual'era il suo compito. Indipendentemente da tutto quello che sarebbe successo! Il suo cuore si strinse e a stento trattenne le lacrime. Condannò l'imputato al massimo della pena. "Un simile animale non può essere lasciato libero!" Finito il tutto uscì e corse alla macchina per andare a casa, pronta a scontare la sua pena...