un neurone X due cervelli
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Un ringraziamento a tutti i neuroni che sono venuti a trovarci per *loading* volte
XXI - IL MONDO
I ragazzi erano tutti seduti all'interno della grande aula magna. Stavano ascoltando, distrattamente, le parole della direttrice nell'abituale discorso di inizio anno. Per qualcuno era la prima volta, ma per altri sarebbe stata l'ultima se l'anno scolastico non avesse regalato spiacevoli sorprese. Le espressioni sui volti dei ragazzi erano estremamente varie. Chi era attento, chi assonnato, chi distratto da altri pensieri. Guardandoli non davano l'impressione di uniformità. Le parole si perdevano nella sala, sfiorando le orecchie di tutti, ma senza la certezza che penetrassero ulteriormente. Qualcuno sorrideva dopo aver letto un bigliettino che gli era giunto da qualcun altro che lo aveva ricevuto da un altro e subito lo passava. Dopo più di un'ora, il discorso era terminato e gli allievi potevano recarsi alle proprie classi per iniziare le lezioni.
-Hai ricevuto il biglietto?-
-Certo! Sono già pronto per la prima festa dell'anno!-
-Credo siano già stati avvisati tutti. Ho visto un paio di facce nuove e non credo siano del primo anno. Li rendiamo partecipi?-
-Lascia stare... se sono in gamba riusciranno a trovarci. Altrimenti...- e rise mentre indicava in basso con il pollice.
-Hai ragione... non meriterebbero di essere dei nostri.-
I due giovani discutevano mentre si stavano dirigendo alle rispettive classi. Come tutti gli anni, le lezioni iniziavano subito. La direttrice non amava le perdite di tempo e non amava le feste, in particolar modo quelle all'interno del collegio, ma la tradizione imponeva che gli allievi dell'ultimo anno organizzassero la festa iniziale il primo giorno in uno degli edifici del collegio. Era stato così da sempre... e sempre sarebbe stato così. Le tradizioni andavano sempre rispettate, era uno degli insegnamenti che avevano ricevuto appena arrivati e durante tutti quegli anni di studio.
La preparazione era importante e, nel corso della giornata, qualcuno spariva misteriosamente dalle classi, tornando dopo un tempo indefinito. I compagni si coprivano uno con l'altro, per far procedere l'organizzazione. Sembrava che ognuno sapesse precisamente quale fosse il suo compito, per fare in modo che tutto andasse alla grande.
-Non ne posso più!- bisbigliò un ragazzo al suo vicino.
-Lascia stare... meno male che tra mezz'ora sarà finito tutto. Il primo giorno è sempre una tragedia...-
Terminate le lezioni, il temperato pomeriggio di fine estate scivolò via tra le attività collaterali e lo studio in biblioteca. Quelli del primo anno si muovevano con titubanza, e i più anziani si divertivano ad indirizzarli nei luoghi più svariati. Alcuni finirono in cucina, altri nelle sale professori e i più imbranati direttamente nell'ufficio della direttrice convinti che fosse la segreteria per gli studenti. Si divertivano proprio.
-E' tutto pronto! Quest'anno andrà tutto bene... come al solito!-
Il gruppetto di ragazzi annuì al sentire quelle parole. La festa era pronta. Bisognava solo attendere la sera.
Dopo cena, fino alle 22, era possibile frequentare le sale comuni, alcune più rivolte allo studio, altre al divertimento. Oppure i ragazzi si ritiravano nelle proprie stanze, anche se erano veramente pochi ad avere un comportamento "asociale". I rintocchi dei pendoli presenti in ogni sala comune indicava che bisognava recarsi nelle proprie stanze. Ma, quella sera, non era il progetto di tutti i ragazzi. Alcuni non avevano come meta la propria stanza, ma il solaio. Un nutrito gruppo di studenti dell'ultimo anno era presenta alla festa. Ragazzi e ragazze che mettevano a rischio il proprio ultimo anno per bere, fumare ed ascoltare musica... per divertirsi.
-Direi che anche per quest'anno la tradizione è stata rispettata!-
-Già! I nostri predecessori possono essere fieri di noi!- disse mentre alzava un bicchiere pieno di Rhum con ghiaccio.
-Alle tradizioni!-
La festa proseguiva, la musica riempiva le orecchie dei ragazzi che ballavano.
-Chi è quello con il mantello che è entrato adesso?- chiese uno dei ragazzi.
-Potrebbe essere uno dei nuovi arrivati per l'ultimo anno.-
-O uno che prova ad infiltrarsi, come facevamo noi, anche se dalla faccia non credo... ci penso io ragazzi!- disse finendo in una sorsata il bicchiere.
Posò il bicchiere sul tavolo vicino e si incamminò verso il tizio appena entrato, che si stava accendendo una sigaretta. Si fermò a un paio di passi e lo squadrò.
-Non credo di conoscerti!- disse in tono sicuro.
-Non mi sorprende. Tu non puoi conoscermi.- rispose in modo totalmente atono.
-Sei dell'ultimo anno? Sai... questa è una festa privata.-
Prima di rispondere inspirò profondamente dalla sigaretta. Lo guardò negli occhi ed espirò il fumo che aveva nei polmoni. -Diciamo di sì.- E sorrise.
-Sei un tipo misterioso. Ma non ti devi preoccupare, siamo qui per divertirci. Bevi qualcosa. Sciogliti un po'... dai!-
Tenendo la sigaretta tra le labbra estrasse un mazzo di carte. -Prendine una.-
Il ragazzo allungò la mano e prese una carta. -Guardala.-
-Dunque... hai estratto Il Mondo. Sai cosa significa? Suppongo di no, e allora sarò io a spiegartelo. Questa carta implica incontri, vita sociale e mondana, occasioni piacevoli, come questa festa ad esempio. Tuttavia non è una carta di stabilità, e quindi spesso non è così favorevole come potrebbe sembrare a prima vista. Vuol dire che questa serata potrebbe non finire come avete pensato tu ed i tuoi amici! Vedi, la vita ci riserva sempre delle sorprese. Quando crediamo di essere noi ad organizzare la nostra vita, capita sempre qualcosa che ci pone nella condizione di riflettere. Come questa carta. Che altera le nostre vite per mezzo delle relazioni sociali che abbiamo. Vedi qui, adesso, ci sei tu, mentre i tuoi amici sono a chiacchierare insieme. Il Mondo ti ha portato a me… o meglio ci ha fatti incontrare…-
Riprese la carta dalla mano del ragazzo e la riposizionò nel mazzo.
-Non credo di capire quello che stai dicendo. Sono io che sono venuto da te… Non ci siamo incontrati per caso. E poi… cosa intendi con la serata potrebbe non finire come avete pensato? Sei uno di quelli che portano iella alla gente? Perché se è così puoi pure andartene!- disse in tono estremamente serio.
-Sei sicuro di quello che dici? Guardati intorno. Sei certo che quelli laggiù siano i tuoi amici? Osservali con attenzione…-
Il ragazzo guardò verso i suoi compagni. Non riusciva più a distinguerli chiaramente. I loro volti erano sfocati e deformati, avevano perso la loro fisionomia originale. Si strofinò gli occhi ripetutamente, ma il risultato non cambiava. Osservò il suo interlocutore e notò che la sigaretta era quasi finita. Lo seguì mentre si spostava verso una delle finestre oscurate da pesanti panni neri. Dopo aver aspirato l’ultima boccata, scostò il panno e la gettò.
-Leggo lo scetticismo nel tuo sguardo. Deduco quindi che non mi credi. Vuoi una prova?- disse mentre si sfilava il manto.
-Dai fammi ridere... buffone.- replicò il giovane balbettando.
-Tra pochi minuti la direttrice sarà qui. Libero di credermi. Io sto per andarmene, comunque. Preferisco non correre rischi.-
-Stai scherzando?-
-No, affatto! Anzi, guarda... prendi un'altra carta...-
Il ragazzo era titubante. Non sapeva cosa fare. -Dai, non farti pregare.- Allungò la mano e prese una carta. La guardò e vide Il Matto.
-Cosa vuol dire?-
-Semplice... Indica incertezza, indecisione, il non sapere quale direzione prendere... cioè esattamente la tua posizione in questo momento, non sai se credermi, non sai cosa fare... e non sei neanche più sicuro di dove sei. Perché non eri qui che ti trovavi… vero?-
Si guardò intorno. La stanza era cambiata. Era stranito. Osservò le persone che lo circondavano. Poteva essere una taverna quella dove si trovava ora. Non c’era musica, ma solo il vociare dei presenti. Non capiva quello che stava succedendo. Non aveva bevuto così tanto da spiegare quella sorta di allucinazione.
-Cosa è successo? Dove siamo?-
-Non è importante dove sei, ma quello che devi fare per essere libero. Indossa il mio manto ed esci da quella porta. Nella tasca interna del mantello, ci sono un po' di soldi e un foglietto con un indirizzo. Non fare nulla adesso, guarda tutto quando sarai uscito da qui. Recati lì e sarai in salvo.- Restò un attimo in silenzio e inspirò profondamente prima di continuare. -Devo avvisarti di una cosa. Qualcuno tenterà di fermarti. Se riusciranno sarai loro per sempre. Sono uomini senza volto, creature che vogliono impedirti di essere libero. Saranno in tre, solo tre. Evitali o affrontali, ma non farti prendere… o sarà la tua fine!-
-Perché mi stai aiutando? Io non ti conosco.-
-Già… ma io conosco te! E poi vorrei evitare che questa festa ti rovinasse la vita. Come ti ho detto la direttrice vi scoprirà e qualcuno pagherà a caro prezzo questo scherzetto… Ora vai!-
Il ragazzo prese il mantello, lo indossò ed uscì. Dalla finestra si poteva vedere che procedeva con un passo veloce, avvolto strettamente nel proprio mantello, come se un freddo pungente gli penetrasse nelle ossa. Restò a guardarlo alcuni istanti, poi la sua attenzione fu richiamata da una mano che si poggiava sulla spalla.
-Allora? Chi era il tizio con il mantello che è appena uscito?- chiese uno dei suoi compagni.
-Uno nuovo che non si stava divertendo molto. Abbiamo fatto due parole e poi è voluto andare via.-
-Vieni a farti un altro giro? Tequila?-
-No, vi ringrazio ragazzi, ma sento un forte mal di testa…-
-Stai bene? Sei un po' pallido effettivamente.-
-Si, state tranquilli. Adesso vado a dormire e domani sarò come nuovo. Buonanotte a tutti. Divertitevi.-
Mentre usciva dal solaio prese una sigaretta dal pacchetto e la accese. I suoi amici lo osservarono e poi tornarono alle proprie attività chiedendosi da quando aveva cominciato a fumare…
XX - L'ANGELO DEL GIUDIZIO
Il sole stava tramontando e le ombre delle colline giocavano con l'edificio posto ai loro piedi disegnando immagini inquietanti. Il tramonto non era mai un momento piacevole della giornata; l'Inquisitore aveva insegnato che è nella notte che il male opera con maggiore forza. Tutti erano riuniti ad ascoltare le parole dell'uomo che da anni li guidava con saggezza e purezza.
-Sono le tenebre il nascondiglio ideale per demoni e diavoli che si aggirano nelle nostre lande. Diffidate fratelli da chi nella notte vi chiede riparo. Diffidate degli uomini che preferiscono il buio alla luce pura del sole. L'uomo giusto nel giorno lavora e durante la notte riposa. Rammentatelo sempre.-
Brusii di approvazione si udirono all'interno della sala. Le parole che l'Inquisitore elargiva ai presenti erano sempre ricche di spunti e riflessioni. Allargò le mani e chinò il capo chiudendo gli occhi. I presenti tacquero quasi immediatamente e si alzarono a loro volta in piedi. Il silenzio regnò nella sala. Alzò la testa e aprì gli occhi, come a voler guardare tutti i presenti uno per uno, fissandoli e studiandoli. -Bene, prima che il soli cali del tutto, tornate alle vostre case. Tenete a mente le mie parole e siate sempre giusti nei vostri giudizi. Andate!-
I presenti si indirizzarono verso l'uscita. Alcuni si salutarono con strette di mano o pacche sulle spalle. In pochi minuti la sala fu vuota. L'uomo sul pulpito osservava i suoi confratelli chiudere i portoni e riordinare. Attese un po' prima di scendere e uscire attraverso una porta laterale che conduceva al corpo centrale dell'edificio.
"Sono sempre piacevolmente sorpreso dalle parole che riuscite ad usare per convincere gli zotici che vi ascoltano a fare ciò che desiderate!"
"Non adesso! Non è questo il momento né il luogo adatto. Aspettami nella mia stanza!"
"Come desiderate padrone... ho delle notizie per voi!"
L'Inquisitore si fermò e si guardò intorno. Nessuno. Eppure, ogni volta che il suo servo manifestava la propria presenza fuori dalle mura della sua stanza, era preoccupato. Nessuno poteva vederlo e nessuno poteva sentirlo, ma in un luogo come quello era bene non dare mai nulla per scontato. Da molti anni era riuscito ad esserne la guida, e mancava poco al raggiungimento dell'obiettivo finale, non era il caso di rovinare il tutto per un'azione superficiale o sconsiderata. Aveva lavorato con fatica. Non voleva vedere mandato tutto all'aria. Strinse i pugni e respirò profondamente un paio di volte, prima di riprendere il proprio cammino. Le torce illuminavano i corridoi e la sua ombra ondeggiava e tremolava seguendo la luce.
"Quale informazione importante avrà avuto?" Il pensiero si era insinuato insidioso nella sua mente e non accennava a volerlo lasciare. "Maledizione! Non riesco a concentrarmi! Ma non posso saltare il rituale. Devo pazientare. Devo pazientare solo un'ora." Entrò nella sala dove gli altri confratelli erano già radunati. Prese la clessidra e la voltò. La sabbia iniziò a scendere lentamente. Per un'ora avrebbero pregato tutti insieme. Come era sempre stato insegnato loro. L'Inquisitore osservava la clessidra inquieto. Avrebbe voluto far scendere tutta la sabbia in un colpo solo. Terminare quella straziante agonia e andare a conoscere le informazioni che il suo servitore aveva. "Sono così vicino a mettere fine a tutte queste sciocchezze! A breve, se tutto va come spero io, avrò abbastanza potere da governare da solo questo mondo. Eliminerò tutti i falsi Dei che sono nel mondo e sarò l'unico ed il solo! Per sempre!" I pensieri lo rendevano sempre più agitato e fremente. La clessidra versò il suo ultimo granello di sabbia, indicando che l'ora era trascorsa. I presenti si alzarono e l'Inquisitore rapidamente uscì per dirigersi verso le sue stanze. Alcuni dei presenti lo guardarono un po' perplessi, ma senza dare peso alla cosa.
Aprì la porta accolto dalla fioca luce proveniente da alcune candele all'interno della stanza. Entrò e chiuse la porta alle sue spalle. Si diresse alla scrivania e si sedette sulla sedia. Si guardò intorno e dopo poco un'ombra nera si materializzò di fronte a lui.
"Mi è giunta notizia che un giovane Cavaliere è in possesso di uno degli Arcani del Potere che state cercando."
"Se è vero quello che dici, devo riuscire ad impadronirmene! Credo che questo lo farò bruciare su un rogo come eretico."
"Padrone, non è una saggia idea la vostra. Dicono che questo sia un Cavaliere della Luce. Non sarebbe una buona decisione bruciarlo."
"Devo avere quella carta!"
"Forse potreste convincerlo con l'inganno a cederla. Potrebbe non conoscere il potere della carta, e voi, con la vostra abilità dialettica, potreste riuscire a farvi dare la carta."
"Bene... dove posso trovare questo giovane Cavaliere? Sai darmi anche questa notizia?"
"Mio signore... era questo il motivo della mia ricerca della vostra persona in precedenza. E' qui! Ha chiesto ospitalità per la notte..."
"Quale sorte benigna! Farò in modo di parlare con lui al più presto. Ora vai... e non importunarmi mai più al di fuori di queste mura! Sono stato chiaro?"
"Si padrone!"
La creatura d'ombra si dissolse quasi istantaneamente L'Inquisitore si alzò e si diresse verso la libreria. Prese un pesante tomo rilegato in pelle ed una scatola di legno finemente lavorata e decorata. Appoggiò entrambi con cura sul tavolo. Aprì la scatola e prese tutte le carte in oro presenti al suo interno e le dispose sul tavolo contandole e ripetendo i loro nomi. Ne mancavano due. Il libro era molto chiaro in proposito. Non era ancora riuscito a tradurlo completamente, ma era sulla buona strada. "E domani mattina ne mancherà solo più una!" Il pensiero e l'eccitazione gli impedirono di riposare. Trascorse la notte a leggere le parti già tradotte e ad osservare la perfezione di quelle carte in oro. Il canto del gallo che annunciava l'alba lo trovò addormentato sul tavolo con il libro come cuscino.
"Padrone! Il Cavaliere è nella sala comune."
L'Inquisitore si preparò e scese alla sala comune, dove ogni mattina i confratelli dividevano la colazione. Era stanco e provato dalla notte senza sonno, ma nessuno parve notarlo. Entrò nella sala e vide, verso il fondo, il Cavaliere. Si diresse, con passo deciso, verso di lui.
-Porgo i miei omaggi, Cavaliere! E' un onore per noi avervi ospitato e dividere il nostro pasto con Voi.-
-Inquisitore! E' un onore per me incontrare un uomo della vostra moralità e coraggio.-
-Ho sempre e solo fatto il mio dovere. Nulla più. Avrei piacere, se lo desiderate, disquisire con voi dopo la colazione.-
-Certamente. Ben lieto di accettare il vostro invito.-
-Bene, allora raggiungetemi nelle mie stanze a metà mattina.-
Detto questo si accomiatò per prendere posto a tavola e consumare la propria colazione. Terminato il tutto, si diresse nelle proprie stanze, dove avrebbe atteso l'arrivo del giovane. Il bussare alla porta lo destò dai propri pensieri. La luce del sole filtrava dalle finestre, illuminando tutta la stanza. Si alzò dalla sedia e si diresse verso la porta. La aprì e trovò il Cavaliere, puntuale come si era aspettato.
-La prego si accomodi.- Lo invitò ad entrare, indicandogli una sedia ove accomodarsi mentre chiudeva la porta serrandola con la chiave.
Il giovane entrò e si accomodò, ma mentre l'Inquisitore si avvicinava per prendere posto, si alzò e si diresse verso la libreria.
-Quali stupendi volumi possedete! - disse mentre leggeva i titoli e osservava le superbe rilegature.
-Amo la cultura e tutto quello che ci può insegnare per migliorare ciò che siamo.-
La discussione era intensa e viva. I due interlocutori avevano molto da dire e da dirsi. Si ascoltavano reciprocamente e parlavano come se si conoscessero da anni. Come se quell'incontro rappresentasse il riunirsi di due vecchi amici, di due fratelli. Certamente avevano esperienze di vita diverse, ma questo rendeva la discussione più vivace. Analizzarono diversi libri presenti nella libreria, fino a quando arrivarono a parlare di un tomo particolarmente antico.
-E questo? che libro è?- chiese il Cavaliere.
-E' un tomo che sto cercando di tradurre. Vedete, ho annotato alcuni dei brani, che credo di essere riuscito a decifrare, ma osservate le immagini che vi sono riprodotte, non vi sembrano magnifiche?-
-Non avrei mai immaginato che ci potessero essere amanuensi in grado di miniare a questo livello-
L'Inquisitore continuava a sfogliare le pagine del libro, come se stesse cercando qualcosa, qualcosa che sapeva benissimo dove trovare. Il giovane era sempre più attratto dal libro, lo osservava con attenzione e quasi con bramosia.
-Un attimo! Io questa immagine la conosco. L'ho già vista.- disse il giovane fermando la mano dell'uomo che sfogliava.
-Non è possibile.- replicò l'Inquisitore - Non ho mai visto immagini simili in altri libri...-
-Ma io non parlo di altri libri... guardate.- E mentre pronunciava queste parole, estrasse dalla tasca una carta in oro che raffigurava il medesimo disegno presente nel libro.
-Sono stupito! Mi permettete di osservare ciò che avete in mano? Non credevo che esistessero questi... oggetti.-
Il giovane Cavaliere porse la carta in oro all'Inquisitore, ma appena egli la toccò nella mente del giovane una sensazione di pericolo e di terrore prese forma. Chiuse la presa sulla carta e oppose resistenza, fino a toglierla dalle mani dell'Inquisitore.
-Cosa vi prende? Vi avevo chiesto di vederla.-
"Non credergli! E' un uomo malvagio e corrotto. Fai in modo che io non cada nelle sue mani" La voce parlava nella mente del Cavaliere, che, sbigottito, face un passo indietro e portò la mano alla spada.
-Non era così che doveva andare, ma se è questo quello che vuoi... così sia! Orohog!-
Alle spalle del giovane una creatura d'ombra prese forma e iniziò a stringerlo in un abbraccio mortale.
"Usa il mio potere... concentrati su quello che sono e su quello che vuoi!"
Il Cavaliere della Luce sentiva che le sue forze lo stavano abbandonando, mentre sul volto dell'Inquisitore compariva un sorriso soddisfatto. L'ombra lo stava consumando. Concentrò i propri pensieri sulla carta e sul suo significato. Cercò dentro di sé la forza e la trovò. Un'esplosione di energia si irradiò dal suo corpo. L'ombra venne investita completamente e si dissolse istantaneamente. Ora, di fronte all'Inquisitore, si trovava un Cavaliere della Luce asceso ad Angelo del Giudizio. Due grandi e lucenti ali piumate spuntavano dalla sua schiena. La spada fiammeggiante era nella sua mano destra e una tromba in quella sinistra.
-Io sono l'Angelo del Giudizio. Ho il compito di giudicare le creature che hanno camminato su questa terra!-
Portò la tromba alla bocca e soffiò. Il suono prodotto costrinse l'uomo a tapparsi le orecchie, ma era tutto inutile. Il suono penetrava nella sua mente, nel suo cuore e lo stava consumando.
-Vai con gli altri dannati! Non sei degno di sentire la Voce di Dio!-
Alzò la spada infuocata e lo colpì. Nel medesimo istante il corpo dell'uomo si contorse per il dolore e precipitò negli inferi, maledetto per tutto il male che aveva compiuto a causa della sua sete di potere.
"Cavaliere della Luce, il tuo cuore è puro e quindi posso chiedere il tuo aiuto. Distruggi il libro, in modo che nessuno mai possa avere la conoscenza del potere racchiuso in queste carte. Gli Arcani del Potere non posso essere distrutti, dato come sono stati creati. Quindi ti chiedo di nascondere ogni carta in un luogo sicuro, lontano dalla bramosia dell'uomo. Lo farai?"
Tornato tutto alla normalità, il Cavaliere della Luce prese il libro e lo gettò nel camino e ravvivò il fuoco con alcuni ceppi. Lo osservò bruciare e ebbe la sensazione che qualcosa di vivo stesse bruciando. Prese la scatola di legno, vi ripose la carta che era in suo possesso e partì immediatamente per svolgere il compito assegnatogli dall'Angelo del Giudizio.
XVIIII - IL SOLE
-Ciao!-
-Ciao. Scusami per l'ora... ti disturbo?- disse il ragazzo con tono leggermente depresso.
-No no! Nessun problema, c'è qualcosa che non va?-
-Lascia stare... Sono in crisi! Non so cosa scrivere! Sono depressissimo... lo so che non si dice, ma mi sento così!-
-Come non sai cosa scrivere? Finito qui? E tutte le cose che avevi detto? Scrivo un racconto al giorno! Faccio questo e poi quello... e quell'altro... Già finito tutto?-
-Penso di sì... Sai che ogni cosa che inizio, difficilmente riesco a portarla a termine... sono fatto così!-
-Ma come mai non ti viene in mente nulla?-
-Non so cosa dire... le altre carte le guardavo e ognuna mi rivelava la sua storia, aveva qualcosa da dire. Un segreto, un racconto particolare, qualcosa nascosto che la mia mente riusciva a penetrare e a farsi narrare... invece qui è il nulla! Ho la carta in mano, la guardo, la osservo, la studio, ma nulla. Te l'ho detto, sono depressissimo. Mi sento come alle superiori, quando mi trovavo con il foglio davanti e dovevo scrivere un tema. Il vuoto. Dalla mia mente scompariva tutto. Sono due giorni che penso a cosa scrivere... hem a dire la verità ieri non ero per nulla ispirato, e quindi ho solo buttato un occhio alla carta e poi ho lasciato perdere... ma oggi, non capisco... non riesco a capire!-
-Dai... non fare così. Qual è la carta di oggi?-
-Il sole...-
-E quale significato ha?-
-Allora... come dire... va tutto bene, anche meglio! Questo se dritta, ma anche storta... va sempre tutto bene... un po' meno, ma comunque è tutto positivo!-
-Certo certo- disse ridendo la ragazza -mentre nelle altre andava tutto male... un po' come nei tuoi racconti?-
-Cosa stai insinuando? Che è andato tutto male? Non mi sembra... anzi, aspetta, cioè... hai ragione. Forse è per questo che non so che cosa raccontare. Perché è una carta dove va tutto bene...-
-E se non fosse così? Hai provato a guardare la cosa da un altro punto di vista? Di solito lo fai... non ti chiudi nell'attendere una risposta. Fallo anche ora, cerca di comprendere meglio la carta. Credo che ne abbia di storie da raccontare... forse molte di più delle altre! Solo che tu non riesci a vederle. Scrivere non è facile, ma tu ci stai mettendo impegno e lo fai perché ti piace... ok? Vedrai che se apri il cuore alla carta, lei ti aprirà ai suoi segreti e tu saprai cosa raccontare.-
-Grazie! Credo di aver capito cosa mi vuoi dire! Appena ho finito ti mando il racconto... così lo leggi in anteprima.-
-Lo aspetto!-
Prese la carta in mano, vide il grande sole che si stagliava al centro della carta, emanando i propri raggi per abbracciare un uomo e una donna al centro di quello che sembrava essere un giardino. La guardò con attenzione e comprese."Come ho fatto ad essere così sciocco! E' così semplice la storia di questa carta. Semplice come il suo significato. Il sole ci ha protetto da sempre. I suoi raggi ci hanno sempre scaldato, dai tempi del giardino dell'Eden. L'uomo e la donna non possono essere che loro... Ecco perché non riesco ad arrivare al cuore della carta. Perché questa carta rappresenta e racchiude tutta la storia dell'uomo, di ogni uomo."
La fece ruotare e la guardò capovolta. La rigirò e continuò ad osservarla. Una sensazione di calore lo avvolse. Un calore protettivo gli trasmetteva un senso di sicurezza e di libertà. Il sole che ogni giorno guarda gli uomini e le loro azioni. Il sole che non può raccontare tutto quello che ha visto, perché il cuore di nessun uomo è pronto a raccogliere certi segreti. Posò la carta, consapevole di aver appreso quello che era necessario. La fissò ancora un attimo e poi la voltò con il dorso verso l'alto.
"Vedo che hai compreso il motivo per cui non ti ho narrato alcuna novella, come invece hanno fatto i miei fratelli. Giovane uomo, io sono la memoria del mondo e degli uomini!"
La storia del mondo gli comparve rapidamente davanti agli occhi. Le immagini si susseguivano, tornando indietro nel tempo. La consapevolezza di tutte le nefandezze compiute dagli uomini prese possesso del suo cuore. "E di tutto questo ci vogliamo dimenticare. Anzi, vogliono farci dimenticare! Ecco perché l'uomo non avrà futuro se non cambierà la propria strada con le proprie forze! E saremo soli... sempre!"
"No giovane uomo, non sarete soli. Io continuerò a proteggervi e scaldarvi. E scalderò anche il vostro cuore... se vorrete!"
XVIII - LA LUNA
Piangeva. Lacrime di tristezza e dolore rigavano il volto della ragazza. I suoi stupendi occhi celesti erano arrossati e gonfi. Il ragazzo la guardò e lei, nonostante tutto, sostenne il suo sguardo. Lui prese il pacchetto di sigarette e ne accese una. Nessuna parola tra i due, solo il rumore dei loro respiri. Fece due profonde boccate e poi buttò la sigaretta, non aveva voglia di fumare. Il silenzio, imbarazzante, continuava a dominare.
-Mi devi dire altro?- esordì lei improvvisamente, rompendo quella fragile tregua.
-No... non credo. Volevo sapere se hai capito perché lo faccio.- rispose lui.
-No, non l'ho capito. Comunque la decisione è tua... ed io la rispetto.-
Di nuovo silenzio. I loro sguardi si incrociavano ed era difficile capire cosa volessero dirsi gli occhi. La luce del giorno diminuiva la propria intensità. Il tempo passava ma le cose non sembravano mutare. Silenzi e sguardi. Sguardi e silenzi. Già perché entrambi avevano qualcosa da dirsi, ma nessuno aveva il coraggio o voleva dire qualcosa. Si stavano torturando silenziosamente. Probabilmente se avessero trovato il coraggio di parlare, sarebbero riusciti a mutare questa situazione. Anche se, in questo genere di questioni, non è mai facile trovare una soluzione o un compromesso.
-Va bene. Ti odio! Sei contento adesso? E' questo che vuoi sentirti dire? Adesso potresti, gentilmente, lasciarmi in pace?- il tono della voce era quasi infastidito.
-Sei proprio una stupida!- disse lui mentre le lacrime rendevano lucidi i suoi occhi.
I primi lampioni iniziarono ad accendersi. Il tramonto creava lunghe ombre scure. La ragazza era ancora seduta sulla panchina, non si era mai mossa da quando si erano incontrati. Il ragazzo, poco distante da lei, si muoveva nervosamente con passi rapidi avanti e indietro. L'autunno, quasi alle porte, regalava ancora una giornata calda, anche se a passare tra i due si percepiva un freddo tagliente, quasi fosse inverno inoltrato.
-Sii sincero… C'è un'altra?-
-Quante volte devo dirtelo? No! Non c'è nessun'altra.- la voce era stanca a ripetere quelle parole.
-Allora è colpa mia? Sono stata io a farti qualcosa?-
-No...ti prego. La colpa è mia. Sono io che sono fatto male. Sono io che non mi sento di continuare. Non chiedermi il motivo, perché non credo che sarei in grado di spiegartelo. Non voglio rovinare la tua vita, preferisco essere sincero e chiudere qui, piuttosto che andare avanti senza sapere perché.- abbassò la testa nel pronunciare quella frase. Non riusciva a sostenere lo sguardo della ragazza, non voleva vederla piangere, non voleva tante cose... "Ci sono cose che non riesco a spiegare neanche a me stesso. Come potrei farlo con te? Non riesco neanche più a guardarti negli occhi."
L'alternarsi di silenzi e mezze frasi, aveva permesso alla luna di fare capolino in un cielo stellato.
"Che splendida luna. Forse non era questo il momento per dirglielo, forse avrei dovuto aspettare, capire meglio che cosa sente il mio cuore. Anche se so cosa sente il mio cuore. Ma ho paura. Paura di legarmi a qualcuno." fu il pensiero del giovane, mentre guardava la luna piena alta nel cielo.
"Che splendida luna. Perché mi sta facendo questo? Perché lo fa senza darmi una spiegazione? Perché l'unica persona a cui ho aperto totalmente il mio cuore mi sta facendo questo? Perché devo soffrire in questo modo senza una vera ragione?" fu il pensiero della ragazza con lo sguardo rivolto verso la luna.
Restarono fermi per un tempo che sembrava infinito. Avvolti nei propri pensieri con gli occhi rivolti al cielo. Tutti e due avevano domande da rivolgere a se stessi e all'altro. Domande che non sarebbero mai uscite dalle loro bocche, perché il cuore non parla quasi mai nel genere umano. O meglio parla, ma difficilmente viene ascoltato. Una raffica improvvisa di vento li svegliò dal torpore in cui erano caduti. Si scossero, come appena svegliati. Alcune foglie volavano nel cielo, trasportate dalla brezza. Qualcosa stava scendendo dal cielo roteando ripetutamente su se stessa. Arrivò a terra esattamente tra loro. Era una carta. La guardarono meglio, rappresentava la luna radiosa. Alzando gli occhi da terra gli sguardi si incrociarono.
-Bene. Ora devo proprio andare.- disse lei con tono distaccato.
-D'accordo. Ti accompagno?- rispose lui d'istinto. Chiuse gli occhi e si morse un labbro.
-Non ti preoccupare. Ho la macchina qui vicino. Grazie!- il tono era ancora più distaccato.
-Come vuoi... Allora... Ciao.-
-Ciao.-
Il ragazzo restò fermo a guardare lei che si allontanava. Non si mosse per diversi minuti. Immobile e silenzioso.
"Sciocco! Ne ho viste di persone compiere azioni di ogni sorta, per i più svariati motivi. Che destino triste che vi siete disegnati oggi. Perché non avete ascoltato i vostri cuori? Sarebbe stato molto meglio per entrambi. Vediamo... La ragazza smetterà di amare. Userà le proprie capacità per emergere nel lavoro. Troverà un uomo che la tratterà da principessa, ma lo perderà tragicamente a causa del lavoro... e sarà per sempre sola. Per lui le cose non andranno meglio... Vivrà male, sempre combattuto riguardo al proprio futuro. Avrà un lavoro che non lo soddisfa, si innamorerà perdutamente di una donna che lo tradirà. Quando lo scoprirà brucerà la propria anima nella vendetta e... no, questo non è possibile, diventerà uno di noi!" Una forte raffica di vento fece alzare la carta da terra... il ragazzo la vide e la seguì con lo sguardo. Come se questo potesse dargli una speranza.
XVII - LE STELLE
La mattinata a scuola era trascorsa tranquillamente e la bambina dalla lunghe trecce ramate e i grandi occhi verdi, come tutti i giorni, stava uscendo sorridente. Chiacchierava e ridacchiava con le sue amichette. Ad attenderla, come sempre, c'era la ragazza alla pari che viveva a casa con loro. Era inglese, era alta e bionda con gli occhi nocciola e per le i era come una sorella maggiore. Viveva con loro da quasi due anni, da quando sua madre aveva deciso che dovesse imparare una lingua sconosciuta e strana. E poi così qualcuno si sarebbe preso cura di lei, dato che la mamma era sempre in ufficio. Appena la vide sorrise.
-Good morning.- disse la bambina mentre piegava ripetutamente la testa da un lato all'altro. -Chi è lui? Un tuo amico? Il tuo ragazzo?- Incalzò subito senza lasciarle il tempo di dire nulla.
-Ciao. Lui è...- risposte esitante la ragazza.
-Sono un collega di lavoro della tua mamma.- disse l'uomo sorridendo. -E mi ha chiesto di stare con voi per oggi.-
-Va bene!- rispose la piccola.
La ragazza le prese lo zainetto come faceva tutti i giorni. La bambina correva avanti e indietro mentre passeggiavano per tornare verso la loro abitazione.
-Non fare scherzi! Non vuoi che capiti qualcosa a te o alla piccola, vero? Comportati normalmente e questa sera sarà tutto finito... fai qualcosa di sbagliato e...- sussurrò all'orecchio della giovane ragazza. La giovane annuì senza dire una parola. Lui sorrise alla bambina che tornava di corsa verso di loro. Erano quasi a casa. Tutto procedeva senza problemi ed intoppi. Arrivati a casa, entrarono tutti e tre. Poco dopo, l'uomo diede una busta gialla alla ragazza.
-Vai fuori, c'è un uomo con una giacca di pelle nera. Dagli la busta e rientra. Hai un minuto. Poi la bambina muore!- disse con tono deciso.
-Va bene. Vado-
- Un minuto. Da adesso!- e fece partire il cronometro appena terminata la frase.
La ragazza si mosse con estrema rapidità verso la porta. L'ascensore era occupato, decise di prendere le scale. Corse giù più rapidamente che poté. Rischiò di cadere, ma arrivò giù. Vide l'uomo appena fuori dal portone. Gli consegnò la busta. Lui fece un cenno d'assenso e, con passo spedito, si incamminò. La ragazza lo seguì per un attimo con lo sguardo. "Ho solo un minuto!" E corse verso le scale. L'ascensore arrivò a terra mentre lei gli passava davanti. "Grazie al cielo!" Premette il pulsante del piano ed iniziò a salire. Appoggiò le mani ai fianchi respirando affannosamente. Entrò in casa e chiuse la porta. La bambina era seduta sul divano e guardava un libro illustrato.
-Sei stata brava. Continua così.-
"Bastardo!" il pensiero si lesse chiaramente negli occhi e lui sorrise.
-E tu come mai oggi non lavori? La mamma lavora sempre, fino alla sera!- La bambina lo fissò con sguardo interrogativo.
-La tua mamma lavora troppo. Ma è molto brava nel suo lavoro. Io sono qui solo per farle un favore.- disse mentre si avvicinava alla bambina. Le passò una mano sulla testa e la spettinò un po'. La bambina lo guardò corrucciata. Poi sorrise, quell'uomo era gentile e simpatico. Si sedette di fianco a lei e iniziarono a sfogliare il libro insieme.
"Cosa faccio? Come posso uscire da questa situazione? Devo chiamare la polizia." i pensieri della ragazza erano rivolti a come uscire da quella situazione. "La bambina non si è accorta del pericolo che comporta quell'uomo ed è meglio così." L'uomo l'aveva avvicinata mentre stava andando alla scuola. Le aveva perso il cellulare e le aveva fatto capire che era armato. Il telefono di casa era stato staccato. "Hanno pensato a tutto!"
Le ore scorrevano lente. Avevano mangiato tutti e tre insieme in cucina. Niente di complesso, un paio di tramezzini e del succo d'arancia. La bambina era andata nella sua stanza a fare i compiti. Tutto era tranquillo. "La bambina è nella sua stanza tranquilla, ma la ragazza sta diventando nervosa."
-Non c'è nulla da temere. Se le cose vanno come devono andare io fra un po' andrò via e voi non mi rivedrete più.- disse in tono rassicurante.
-Se fai qualcosa di male alla bambina... giuro che ti ammazzo!-
-Vorrà dire che se le cose vanno male ti farò fuori per prima!-
-Bastardo!-
-Cosa state facendo? Lo sai che non si dicono quelle parole? La mamma non vuole!- disse la bambina mentre si sedeva vicino al tavolo della stanza.
Sul tavolo c'erano le carte dei Tarocchi che usava sempre la mamma per giocare con lei. Erano tutte in disordine. Le rimise a posto. Ora erano tutte ordinate e dritte di fronte a lei.
-Ne manca una! Manca un carta! Dov'è? Queste sono un ricordo della nonna. Io non l'ho mai conosciuta, ma la mamma mi ha detto che sono un suo ricordo. E adesso ne manca una. Dov'è?- aveva gli occhi luccicanti. Stava per piangere. Le contò di nuovo e le impilò una sull'altra. Le Stelle erano la carta sulla cima del mazzo.
Il cellulare dell'uomo suonò. La bambina iniziò a piangere. L'uomo non rispose subito. La bambina continuava a piangere.
-Pronto!- disse e poi ascoltò in silenzio mentre guardava la ragazza che abbracciava la bambina. -Va bene!- e chiuse la comunicazione.
Prese la pistola dalla fondina. Avvitò il silenziatore e la puntò contro la ragazza e la bambina.
-Mi dispiace. Tua madre non ti ama quanto credi...-
-NOOOOO!- urlò la ragazza mentre si avventava contro l'uomo che stava per sparare. Il dito era arrivato a fine corsa del grilletto, ma non era successo nulla. Lo fece ripetutamente altre, ma il colpo non partì. La ragazza fu su di lui e lo spinse con tutta la sua forza. L'uomo barcollò indietro perdendo l'equilibrio. La finestra si ruppe sotto il peso dell'uomo e cadde. Mentre era a terra disteso ed immobile, guardò il cielo. Le stelle sembravano più luminose del solito. Molto più luminose. E un pensiero lo torturava. Lo torturava profondamente. "La mia pistola non si inceppa mai. Mai!"
XVI - LA TORRE
L'ascensore panoramico scendeva rapidamente verso il piano terra. L'uomo all'interno, elegantemente vestito, sorrideva compiaciuto. "Non pensavo che l'affare si chiudesse con tanta facilità. Devo ammettere che il lavoro svolto dalla mia giovane assistente è stato veramente impressionante. Non credevo che ci sarebbe riuscita, ma sono soddisfatto. Domani firmiamo il contratto e la mia società conquisterà un'altra ricca quota di mercato! E dopodomani i valori delle azioni schizzeranno alle stelle!"
Il rumore delle porte che si aprivano lo riportò alla realtà. Il sole era tramontato da un pezzo ed i negozi erano ormai tutti chiusi. Si incamminò verso l'uscita del palazzo. Fece un cenno di saluto ai custodi ed uscì. Aveva parcheggiato la macchina poco distante. Il garage sotterraneo era in fase di ristrutturazione e quindi temporaneamente non aveva a disposizione il proprio posto macchina. Era piacevole passeggiare con una serata simile. Respirò sereno l'aria della sera mentre attraversava la strada. "Domani... domani mattina... e avremo il contratto!" Ripeteva come una cantilena nella propria mente.
-Mi scusi signore.- disse una voce anziana e gentile proveniente dalle spalle dell'uomo. L'uomo si fermò. Si voltò e vide un'anziana signora, vestita con abiti logori e consunti. Aveva un bastone da passeggio, vecchio almeno quanto lei, su cui appoggiava la mano per stare in piedi. La squadrò da capo a piedi più volte.
-Mi dica.- disse in tono altezzoso e con aria di disgusto dipinta sul volto.
-Sarebbe così gentile da farmi un po' di carità?- disse l'anziana mentre porgeva una mano verso di lui.
"Sono nauseato! Questa città è sempre più piena di pezzenti ed accattoni! Come fa una persona a ridursi così? A vivere obbligando gli altri a vedere questo schifo? E io dovrei aiutarti..." Il pensiero fu interrotto dallo schiocco del bastone dell'anziana signora che si spezzava. La povera donna rovinò subito per terra.
-Potrebbe, per favore, aiutarmi a rialzarmi?- gli chiese la donna.
L'uomo la fissò con disprezzo. Si voltò e si incamminò verso la propria macchina con passo deciso.
-Aspetti! Mi aiuti... la prego- disse ancora una volta l'anziana. Nel vedere che non otteneva risposta una lacrima le rigò il viso. Prese qualcosa dalla tasca e lo fissò. "Uomo che non hai pietà del tuo prossimo... che questo ora sia il tuo destino!" L'oggetto scomparve dalla mano della donna. Si alzò a fatica e andò via.
L'uomo stava aprendo la portiera della macchina quando il cellulare squillò. Entrò e accese il motore. Rispose al telefono pigiando un tasto sullo sterzo. La telefonata durò alcuni minuti, durante i quali l'espressione dell'uomo mutò spesso. Terminò la comunicazione e si preoccupò per quello che aveva udito. "Dannazione! Se è vero quello che mi ha detto il mio socio, l'affare potrebbe sfumare". Selezionò sul display un nome e fece partire la chiamata. Dopo alcuni squilli una voce femminile rispose. Durante la telefonata udì chiaramente una porta sbattere e dopo il rumore di qualcosa che andava in frantumi. Alla richiesta di chiarimenti, la donna rispose che andava tutto bene. La telefonata durò per più di due ore. Avevano rivisto l’intero contratto, il progetto e le informazioni raccolte. Sembrava tutto a posto. "Bene, mi pare tutto chiaro, non c'è nulla di cui preoccuparsi! Tra cinque minuti sarò in ufficio e tranquillizzerò il mio socio!" Già, mentre guidava aveva deciso di tornare in ufficio. Ed era quasi arrivato. Parcheggiò la macchina e scese. "Non ci credo!" fu il pensiero che si creò nella mente quando vide, a pochi passi da lui, l'anziana donna di poche ore prima. Si stava avvicinando e sorrideva.
-Se ne vada! E mi lasci in pace! Non ho tempo da perdere con lei!- disse prima che la donna potesse aprire bocca. Camminò con passo veloce verso l'ufficio. Prese l'ascensore, senza rivolgere un minimo cenno di saluto ai custodi, e salì. L'ascensore gli sembrava lentissimo nel percorrere i 30 piani che lo separavano dal proprio ufficio. Arrivò e si diresse verso quella direzione. Appoggiò il pollice alla serratura e questa scattò. La porta si aprì. Andò alla scrivania, accese il computer. Prese il telefono e chiamò il suo socio. La telefonata fu molto concitata. Avevano informazioni diverse riguardo il contratto da firmare il giorno dopo. Mentre discuteva, si collegò al sito della borsa. Selezionò il proprio portafoglio titoli e sbiancò. In meno di due ore tutti i suoi investimenti erano crollati. Guardò le notizie. Un incendio stava bruciando il suo albergo migliore. Una piattaforma petrolifera, inaugurata da poco, era appena affondata. Una serie di fulmini aveva colpito una delle sue aziende di componenti elettronici, distruggendo il magazzino ed i sistemi di produzione. Appoggiò il telefono e chiuse la comunicazione, senza considerare quello che il suo socio gli stava dicendo. In meno di due ore era passato dalla ricchezza più solida alla povertà più assoluta. Si mise le mani nei capelli. "Perché a me? Perché?" La domanda non portava nessuna risposta. Non capiva.
Si alzò e andò verso la vetrata, da lì vedeva gran parte della città. Il telefono iniziò a squillare, ma non voleva rispondere. Il fax aveva iniziato a far uscire fogli, ma non andò a guardarli. "Perché a me? Perché?" La domanda tornò di nuovo. Non aveva più nulla. Gli restava solo la macchina. Decise di andarsene da lì. Uscì dall'ufficio. Non ricordava dove aveva messo le chiavi della macchina e le cercò nelle tasche. Oltre le chiavi, in una tasca della giacca, trovò una carta. Mentre scendeva la osservò ripetutamente. "Come mi è finita in tasca?" Era distrutto! Uscì dal palazzo e guardava ancora la carta. Si incamminò verso la macchina, giusto per assistere all'ultima beffa. La stavano rubando sotto i suoi occhi!.
-Bisogna essere generosi... se non si vuole perdere tutto!- sentì dire da una voce anziana e gentile alle sue spalle. Si voltò ma non c'era nessuno. Gettò la carta a terra. "Sono finito. Non ho più nulla. Come vivrò adesso?" Ma anche questa domanda non aveva più senso. Era stato investito e non c'era stato nulla da fare...
-Adesso hai perso veramente tutto!- fu l'ultima cosa che udì.
XV - IL DIAVOLO
-Mi chiedo come sia possibile che tu abbia fallito! Stupida ed inetta creatura!-
-Perdonatemi Padrone. Neanche io mi capacito del fallimento. Ero riuscito ad eliminare la ragazza, ma, quando stavo per colpire il ragazzo, qualcosa è intervenuto e l'ha protetto.- rispose timorosa la creatura dalla voce roca.
-Qualcosa? Potresti essere più preciso?- disse senza mascherare l'ira nella sua voce e alzandosi dal suo trono di ossa nere e teschi.
-Nell'istante in cui ho scagliato il mio colpo mortale, ho visto uno scudo di luce avvolgere la ragazza ed il Guardiano. Non mi è chiaro da dove sia scaturito. Ma non temete… la prossima volta non fallirò!-
-Non ti è chiaro?! Non ti è chiaro?!- urlò visibilmente adirato. Alzò la mano destra in direzione della creatura inginocchiata davanti a lui. La creatura alzò lo sguardo e si sentì soffocare.
-Padrone… Padr…- provò ad implorare la creatura. Il Padrone furibondo strinse ancora di più la presa ed il collo della creatura si spezzò. Si accasciò al suolo inerte. Il Padrone mosse rapidamente la mano destra e dalle dita uscirono piccoli lampi di luce che colpirono la creatura a terra e la fecero sparire.
-Sono sicuro che non fallirai… ne sono sicuro.-
La rabbia per il fallimento gli fece stringere i pugni. Fece alcuni passi respirando molto profondamente. "Questo fallimento non era preventivato!" Tornò a sedersi sul trono. I due piccoli demoni incatenati ai lati si ritrassero il più possibile per il terrore. Una sensazione generata dal loro stesso Padrone. A guardarle, si vedeva chiaramente la paura nei loro occhi.
"Stupidi umani! Sono convinti di essere riusciti ad imbrigliare il mio potere! Hanno solo impedito al mio corpo di vagare nel loro mondo. Ma se gli eventi si muoveranno nella direzione voluta, sarò di nuovo libero! E non commetterò più gli errori del passato!" Accarezzò le teste dei demoni incatenati al suo trono. Li sentì tremare. Godeva nel percepire la loro paura. "Tutti mi temono! Come è giusto che sia! Sono l'essere più potente di tutto il Creato, riesco ad esercitare il mio potere anche se sono stato bandito in questa prigione!"
Seduto sul trono il suo sguardo si perse nel vuoto. "Questa è la prigione dove sono rinchiuso da migliaia di anni. Un luogo che non ha confini. Più volte ho cercato un varco per uscire, ma tutte le volte ho fallito. Posso camminare per giorni interi per poi ritornare sempre al punto di partenza. Quante volte ho provato a fuggire senza riuscire? Ho smesso di contarle. Con il trascorrere del tempo ho scoperto come convocare i miei servitori, i quali mi omaggiano con ogni sorta di dono, ma null'altro. Quello che bramo è la libertà, quella che avevo agli albori della civiltà. Ricordo perfettamente il periodo del mio regno terreno, quando gli uomini mi veneravano, mi adoravano e mi osannavano! Quando, alla guida delle mia schiere demoniache, solcavo i cieli e portavo distruzione, terrore, morte… e qui, nonostante le mie possenti ali, non mi è consentito volare!"
-Maledizone! Che tu sia maledetto Guardiano! E lo sia tutta la tua progenie!- urlò alzandosi di scatto dal trono. I demoni incatenati quasi si spezzarono il collo nel tentativo di ritrarsi maggiormente dalla collera del loro Padrone.
"In questa mia prigione non ho più la sensazione di fame che un tempo placavo divorando le giovani carni di un uomo o di una donna. Non riesco ad avvertire il piacevole calore del sangue sulla pelle dei nemici massacrati durante la battaglia. In questo luogo non percepisco la stanchezza che provavo dopo una lunga giornata di guerra o di caccia."
-Eppure… eppure sono così vicino alla mia libertà! Così vicino che quasi riesco a toccarla!- disse mentre si avvicinava ad un grande tavolo di legno molto antico. Sul tavolo erano appoggiate delle immagini che lo rappresentavano. Perfettamente identiche nella fattura e nella dimensione.
"Se quello stupido non avesse fallito, ora sarei già libero! E gli uomini potrebbero vedere il mio potere e sentire la mia influenza. Purtroppo, da questa prigione sento le voci ed i desideri di tutti, ma ho potere solo sulle menti e sui cuori più deboli. Il mio potere influenza solo coloro che vogliono farsi corrompere, le persone che scelgono di seguire la strada che indico loro! Stupidi… quelli che mi adorano sono veramente convinti che al mio ritorno potranno avere tutto quello che desiderano!" Rise profondamente. Accarezzò ogni carta in modo voluttuoso, quasi sensuale, come se riuscisse a trarre piacere da questa azione.
"Devo impossessarmi di quella carta. Il Guardiano sarà ancora scosso da quello che gli è appena accaduto e non si aspetterà un altro attacco. Se recupero l'ultima immagine potrò liberarmi dalla prigione che mi ospita da troppo tempo ormai. E, tornato, non commetterò gli errori già fatti!" Strinse il pugno e lo batté con forza sul tavolo di legno. "Restaurerò il mio potere su tutti i regni, come un tempo! Avrò di nuovo schiere di adoratori. Sarò venerato ed osannato! E come allora, nessuno avrà il coraggio di affrontarmi. Nessuno la volontà e la forza di resistermi! Distruggerò, senza pietà, qualsiasi cosa si parerà di fronte al mio cammino!" Spalancò le ali come per spiccare il volo, allargò le braccia tendendole verso l'alto e gonfiò il possente torace. Emise un urlo di una intensità tale da far vibrare tutto quello che si trovava intorno a lui. Sfogò in questo modo la rabbia accumulata.
"Ricordo ancora il giorno della mia caduta. Ricordo quando un uomo osò sfidare il mio dominio e il mio potere. Come dimenticare l’oltraggio subito? Indossava una tunica bianca e venne a sfidarmi nella mia casa, nessuno aveva mai osato tanto! Nessuno aveva mai osato! Pensavo di divorarlo come spesso facevo con i miei schiavi, ma quell’uomo era speciale. Riuscì a resistere ai miei primi assalti, non temeva la mia figura e resisteva al mio potere! La sua Spada di Luce era stata la prima, ed unica, arma capace di ferirmi. Abbiamo combattuto per molti giorni, senza mai smettere. I miei servitori, dopo alcuni giorni di lotta, avevano provato ad intervenire ma un cerchio di luce impediva a chiunque di avvicinarsi a noi. Una protezione che l'uomo aveva costruito durante il combattimento. Nessuno di noi avrebbe mai vinto quello scontro. Ma l’uomo ad un certo punto mi diede le spalle e io credetti nella vittoria. Lo colpii e il mio artiglio lo trapassò. Non c’era più vita in lui, ma iniziava la mia prigione. Perché quello che non sapevo era che avevo toccato quella che sarebbe stata la mia prigione. Il mio corpo venne trasportato qui! In questo luogo maledetto!" Fece alcuni passi intorno al tavolo. "Quello che non sapevo è che dopo la mia sconfitta, il mio regno è caduto dopo poco tempo a causa dei dissidi tra chi prima mi serviva e alla mia scomparsa ha cercato il potere. L'uomo scacciò i miei servi dal mondo e creò il suo regno." Scosse il capo in segno di disapprovazione.
"Riuscii comunque con i miei poteri ad influenzare gli uomini, quelli deboli, sui quali avevo un certo ascendente. Le schiere demoniache, dopo essersi date battaglia per il potere, tornarono a servirmi. Con il tempo raccolsi le informazioni che cercavo. Avevo combattuto contro il capostipite dei Guardiani. Dopo la sua morte, il giorno della mia scomparsa, suddivisero la mia prigione in sei parti, grazie ad un potente incantesimo. Ad ogni Guardiano toccava la custodia e la protezione di una carta raffigurante la mia immagine. Quello che ho sempre creduto da quel momento è che se avessi riavuto tutte le carte, sarei stato libero! Libero di vendicarmi di chi mi ha rinchiuso qui da sempre!" Tornò al trono e si sedette con violenza, lasciandosi cadere. I demoni incatenati ringhiarono.
"Ho trovato in questi millenni trascorsi qui cinque Guardiani e recuperato le cinque carte che custodivano. Solo uno è sempre riuscito a sopravvivere, ha perpetrato quella dannata discendenza! E anche oggi si è salvato! Che tu sia maledetto!" Il pensiero venne interrotto da una serie di lampi viola e argento che si scatenarono di fronte al trono. Subito dopo una creatura dai lineamenti deformi e con gli arti superiori quasi rattrappiti comparve dal nulla.
-Padrone.- disse con voce afona prostrandosi – porto notizie del Guardiano.-
-Che genere di notizie?- chiese mentre con la mano sinistra stringeva con violenza uno dei teschi che componevano il trono.
La creatura si alzò e fece un passo indietro. –Credo che voglia portare un attacco alla vostra dimora! Per impossessarsi delle carte che avete recuperato nel corso del tempo…-
-Che cosa?- urlò –Vuole sfidarmi? Che venga a morire nella mia prigione, anzi… che venga a consegnarmi la carta che protegge, se proprio lo desidera!-
-Se ha il dono vedrà che lo state attendendo. Non credo che sia così stolto. Bisognerebbe invogliarlo…- suggerì con un ghigno.
-Hai ragione… preparerò tutto perché sia il benvenuto nella mia dimora.- Il Demonio invocò tutti i propri poteri e ordinò a tutti i servitori di lasciare la prigione. Anche i demoni incatenati al trono scomparvero. Un demone nascosto nelle ombre lasciò l’antico tavolo ove erano appoggiate le carte. Disse alcune parole in una lingua antica quanto il mondo e il tavolo brillò ripetutamente.
-Padrone- disse la creatura -prendo congedo, se permettete.-
-Vai pure… vai pure…-
La creatura si voltò e fece un passo, subito dopo mosse le mani e recitò una frase nella stessa lingua usata dal Demonio poco prima e le cinque carte sul tavolo sparirono lasciando una scia diamantina di luce. Nel usare questo potere il Guardiano si rivelò, ed ora era di fronte al proprio avversario, conscio di non avere vie di fuga.
-Dove sono? Dimmelo!- ringhiò con rabbia.
-Dove ti serviranno altre migliaia di anni per ritrovarle… La nuova generazione di Guardiani le custodirà!-
Il Demonio evocò il proprio potere. Onde nere di energia scaturirono dalle sue mani che colpirono il Guardiano, il quale non oppose alcuna resistenza e cadde a terra stremato.
-Una vita per un’altra vita.- furono le sue ultime parole. Il corpo, senza vita, scomparve. Nella prigione restarono solo le carte che il Guardiano aveva con sé. Il Demonio si avvicinò, prese quella che cercava e la posò sul tavolo, senza curarsi delle altre.
-Che tutti i Guardiani siano maledetti! Sappiate che un giorno avrò la mio vendetta e vedrò voi tutti soffrire per sempre! Per sempre!-
XIIII - LA TEMPERANZA
Il tavolo di legno era posto al centro della stanza quadrata. Era un tavolo rotondo a tre gambe. Guardandolo meglio erano evidenti i segni che ne rappresentavano la vecchiaia. Due sedie altrettanto vecchie e malandate erano poste una di fronte all'altra. La stanza era grande e fredda. Grossi blocchi di pietra grezzamente lavorati ne delimitavano il perimetro. Anche il pavimento era di pietra, una pietra accuratamente levigata che lo rendeva simile al marmo e contrastava decisamente con le pareti. Probabilmente anche il soffitto era nello stesso materiale, ma era impossibile averne la certezza data la notevole altezza; nemmeno due uomini posti in piedi uno sopra l’altro sarebbero infatti riusciti a raggiungerlo. Dal soffitto veniva irradiata una fioca luce azzurra, appena sufficiente per vedere all’interno della stanza. Oltre questo, la stanza aveva solo due porte di legno finemente istoriate disposte specularmente. Nessuna finestra o altro tipo di feritoia era visibile.
Le due porte si aprirono quasi all'unisono e due figure femminili comparvero una di fronte all'altra. Si guardarono con un'espressione sbigottita dipinta sul volto per lunghi istanti. Solo il loro respiro era udibile all'interno della stanza, nessun altro rumore giungeva in quei meandri. Le porte si chiusero e le due contendenti non si mossero. Sembrava ad entrambe di guardarsi in uno specchio. Due gemelle non sarebbero state più uguali. Solo le lunghe tuniche che indossavano le rendevano distinguibili. Una era bianca, quasi splendente, con ricami dorati; l'altra era nera, come una notte senza luna e senza stelle, con ricami argentei. Continuarono ad osservarsi senza proferire verbo.
La luce proveniente dal soffitto mutò di intensità, tremolando leggermente. Le due donne si avvicinarono alle sedie e si sedettero contemporaneamente. Ora fu possibile a tutte e due vedere una carta con il dorso rivolto verso l'alto appoggiata al centro del tavolo. Mossero nel medesimo istante la mano destra per prenderla, ma l'azione contemporanea bloccò entrambe. Si fissarono nuovamente negli occhi, come se stessero cercando qualcosa.
-Siamo di nuovo l'una di fronte all'altra.- esordì in modo ironico la donna con la tunica nera.
-Credevi o, meglio, speravi che questo non sarebbe più accaduto?-
-Come puoi pensare questo di me? Sconfiggerti è il mio piacere più grande.-
-Questa volta non accadrà! Non sempre le cose vanno come speri tu!-
-Se siamo qui... vuol dire che le cose stanno andando come voglio io!- e rise di gusto a questa affermazione.
La donna con la tunica bianca strinse i pugni in moto quasi di stizza. Lo fece tenendo le mani appoggiate alle ginocchia nascoste dal tavolo; in questo modo la donna con la tunica nera non si accorse di nulla. Erano in una situazione di stasi, ma la luce vibrò aumentando di intensità e la carta sul tavolo si alzò a mezz'aria. Restò immobile per alcuni istanti, senza che nessuna la toccasse, ruotò e ricadde sul dorso per mostrare la figura. Solo che, questa volta, non c'era nulla di disegnato sulla carta; era completamente bianca. La esaminarono con particolare attenzione, senza notare nulla.
-Cosa vuol dire? E' uno scherzo? Come possiamo interagire se non sappiamo su cosa?- disse la donna con la tunica nera.
La donna con la tunica bianca concentrò la propria attenzione sulla carta priva di disegno, senza prestare particolare attenzione a quello che aveva appena udito. "Deve avere un significato! Nulla è mai lasciato al caso... Le altre volte avevamo delle informazioni per valutare la situazione e decidere come agire. Questa volta è diverso... vuole qualcosa d'altro da noi. Ma cosa?"
-Vogliamo ancora perdere tempo? Non ti sei stancata di stare qui a giocare?-
-Tutte e due sappiamo che questo non è un gioco. Quando siamo convocate è perché c'è una questione da dirimere.-
-Se tu vuoi restare qui, resta pure. Io non posso e non voglio sprecare il mio tempo nel nulla! Lascio a te la decisione... qualunque essa sia!-
-Non è così che funziona. Quando veniamo convocate non ci è consentito andarcene. La tua impazienza è del tutto improduttiva... e tu lo sai!-
Il silenzio scese nuovamente nella stanza e le due donne tornarono a fissarsi negli occhi. "Che cosa rappresenta questa carta? Forse è questo il quesito a cui dobbiamo dare risposta." I pensieri della donna con la tunica bianca furono interrotti dal rumore di una sedia che cadeva. La donna di nero vestita era in piedi con le mani appoggiate al tavolo e fissava con insistenza la carta. Gli occhi le brillavano, come se avesse compreso tutto. Rapidamente allungò la mano verso la carta per impossessarsene. Appena la toccò un bagliore di luce la avvolse e iniziò a trasportare la sua essenza nella carta. Un disegno iniziò a formarsi, mentre lei stava scomparendo sorridendo soddisfatta.
-Non ti lascio andare... tutto l'equilibrio raggiunto sarebbe perduto senza di te!-
Toccò anche lei la carta. Come prima, un vortice di luce la avvolse e le due essenze divise ora si mescevano in un'unica figura.
-No! Vattene! Vai via da qui!-
-Sai bene che non mi è possibile…-
Le essenze delle due donne vennero assorbite dalla carta, che ora presentava come disegno una donna angelica di una bellezza senza paragoni. La donna aveva in mano due anfore, una d’oro ed una d’argento, ed era rappresentata nell’atto di versare il contenuto di una nell’altra.
"Molto bene… un'altra carta è pronta! A breve il mazzo sarà completo… e il futuro non avrà più segreti per me!" Prese la carta e l’osservò da vicino con molta attenzione. Recitò delle parole cariche di potere e passò ripetutamente una pietra sulla carta. Terminato il rituale, la carta era diventata d’oro e, soddisfatto, la ripose in una scatola in legno finemente lavorata e decorata.
XIII - LA MORTE
La città era silenziosa. Il sole pallido proiettava ombre statiche sul terreno. Tutto era fermo ed immobile. Nessuno camminava per le strade. Nessuno era alle finestre. Una sensazione di solitudine avvolgeva tutto quanto. Una figura leggermente curva e avvolta in un manto camminava al centro della strada. Si appoggiava ad un lungo bastone che produceva un rumore regolare mentre si muoveva.
TOC. TOC. TOC. TOC. Il rumore del bastone improvvisamente cessò. La figura si fermò al centro di un incrocio. Guardò in tutte le direzioni, ma non vide nulla di particolare, assolutamente nulla, anche perché non c'era nulla da vedere. Tutto immobile.
"Che cosa è avvenuto? Quale prodigio ha reso possibile tutto questo? Perché la città è totalmente vuota?"
TOC. TOC. TOC. TOC. Riprese a camminare più velocemente di prima ed il rumore del bastone contro il terreno aumentò d'intensità. Stava quasi correndo, per quanto le fosse possibile. Arrivò al centro della piazza dove avrebbe dovuto esserci un mercato e il vociare delle persone, ma, ciò che vide, furono solo i banchi abbandonati a se stessi con la mercanzia esposta e perfettamente in ordine. Delle persone nessuna traccia, nessun segno.
"Dove sono tutti?" Si fermò di nuovo e si appoggiò al bastone. Era sola, almeno per quello che poteva constatare. "E' desolante, non mi era mai capitato di trovarmi in una situazione simile. Che siano fuggiti tutti? Che siano tutti nascosti? E solo io sono... dove sono andati? E poi perché? Cosa può spingere le persone ad abbandonare tutto così?" Una forte folata di vento, proveniente dalla sue spalle, fece cadere alcune mele dal banco della frutta vicino a lei. Il rumore le fece voltare la testa. Si avvicinò e le raccolse, rimettendole sul bancone. Fece alcuni passi avanti e guardò con attenzione di fronte a sé. Sperava di vedere qualcosa o qualcuno muoversi. Niente e nessuno. Non un'anima viva. Decise di continuare questa strana esplorazione alla ricerca di qualcuno.
"Ci sarà ancora qualcuno in questa città?"
TOC. TOC. TOC. TOC. Riprese a camminare, attraversò un porticato e si ritrovò in una grande piazza con un castello al centro. Intorno alla piazza c'erano dei portici e dei negozi. I negozi erano aperti, ma dentro non c'era nessuno. Percorse tutto il perimetro della piazza, entrando ed uscendo da alcuni di questi negozi, senza notare nulla di particolare. La cosa più singolare di tutta questa situazione era l'ordine. Ogni cosa era al proprio posto, come se il tempo si fosse fermato. Guardò il cielo per vedere la posizione del sole. Non aveva un orologio, non l'aveva mai portato, il tempo non era mai stato importante e non era mai stato un problema.
"Devo capire cosa è successo. Devo analizzare questa situazione particolare e decidere come muovermi."
Mentre era assorta nei propri pensieri notò che le ombre si allungavano. Si voltò di nuovo verso il sole e vide che si stava muovendo, stava per tramontare. La velocità era impressionante. In meno di un minuto la notte era scesa. Vide la luna sorgere e scomparire dall'arco celeste. E di nuovo il sole nascere. Tutto si stava muovendo a una velocità che non aveva nulla di naturale. Il giorno e la notte si alternavano senza sosta e sempre più veloci.
"E adesso? Cosa diamine sta succedendo? Anche il tempo è impazzito? Prima scompaiono tutte le creature viventi e adesso questo?"
TOC. TOC. TOC. TOC. Riprese a camminare. Muoveva il bastone in modo meno pacato. Si trovava, per la prima volta, ad essere in uno stato di agitazione, una sensazione nuova, mai provata prima. Percorse tutta la strada sotto i portici fino ad arrivare ad un'altra grande piazza. La notte ed il giorno continuavano la loro alternanza sempre più veloce. Guardò gli edifici e vide alcune crepe su alcuni di loro, pezzi di intonaco che si staccavano dalle pareti. Qualche balcone iniziava a cadere. Tutto stava invecchiando. "Adesso basta!" Andò al centro della piazza. Il ponte di fronte crollò nel fiume sottostante. La chiesa oltre il fiume dava segni di cedimento. Alzò la propria falce al cielo e la batté a terra tre volte. "Perché non accade nulla?" Ripeté l'azione, ma, di nuovo, non accadde nulla.
"Questo non è possibile. Solo se il cielo e la terra avessero smesso di esistere, io avrei perso il mio potere. Questo era scritto! Non è possibile! Non esiste più nulla. L'uomo che per migliaia di anni mi ha temuto, rispettato e, in alcuni casi, venerato ha smesso di esistere. E quindi anche per me è giunto il momento di andare! La morte smetterà di esistere!"
Lo scorrere rapido del tempo aveva cancellato praticamente tutto. Del paesaggio circostante non rimaneva nessun segno. Si incamminò per uscire dai resti della città. Camminò a lungo, voleva il tempo per pensare. Pensare a come continuare ad essere ricordata. Arrivò alle pendici di un monte. Un monte con una croce sulla cima. Intravide delle caverne ed entrò. Non aveva bisogno di luce per muoversi. Camminò molto, molto a lungo. "Questo potrebbe essere il posto giusto!" Fece crollare il passaggio per giungere fin lì ed usò per l'ultima volta i propri poteri. "Ora si ricorderanno per sempre di me! E se qualcuno arriverà qui e mi troverà dominerò di nuovo nel mondo!" Fu un attimo. Dove prima c'era la figura ammantata in piedi, ora c'era una carta che riproduceva la figura ammantata dal volto scheletrico, con una falce in mano nell'atto di mietere la vita...
XII - L'APPESO
La fioca luce prodotta da alcune torce poste agli angoli e lungo le pareti della stanza illuminava l'ambiente creando ombre inquietanti. Nessun rumore proveniva da laggiù. Anche i topi si tenevano alla larga da quel luogo. Un luogo ove la paura ed il terrore regnavano incontrastati. Nessuno mai avrebbe voluto essere condotto in quella stanza. Gli occhi dei ragazzi erano fissi per osservare meglio tutto quello che era possibile vedere.
-Il male è un pericolo insidioso. Si può annidare ovunque e per combatterlo è necessario usare qualunque mezzo. Ricordatelo sempre. Il male è subdolo ed astuto. Capace di qualsiasi inganno per ottenere quello che brama!-
Le parole dell'Inquisitore rivolte ai ragazzi che osservavano tremanti la stanza dalla cima delle scale erano penetrate nelle loro menti come frecce infuocate. L'Inquisitore chiuse la porta dopo che anche l'ultimo ragazzo del gruppo ebbe modo di visionare bene la stanza. Diede due mandate alla serratura e ripose la chiave nella tasca.
-Quello che avete appena visto è un luogo dove si cerca la verità! Dove chi ha qualcosa da nascondere trova il coraggio di parlare, ma dove l'uomo giusto nulla deve temere, anche perché un uomo giusto mai varcherà la soglia che conduce in quella sala.-
Tacque dopo aver pronunciato le ultime parole e fissò tutti i ragazzi presenti. In quasi tutti si leggeva la paura negli occhi. La paura di essere condotti lì, di dover attraversare quella porta. Mentre li osservava molti deglutivano in silenzio.
-Ora potete andare ragazzi. Il mio confratello vi guiderà verso i piani superiori dell'edificio e potrete visitare il resto.-
I ragazzi ringraziarono l'uomo e si accomiatarono seguendo il giovane confratello. L'uomo restò immobile ad osservare mentre si allontanavano. "Spero che quello che hanno visto oggi resti nelle loro menti impresso a fuoco. Nulla è meglio della paura per tenere lontani dal peccato!" Quando il corridoio fu libero si recò presso le proprie stanze; voleva dedicarsi qualche ora alla lettura e alla preghiera.
-Inquisitore. E' richiesta la vostra presenza.- disse una voce subito dopo aver bussato e senza attendere.
L'uomo si alzò dalla sedia, chiuse il libro di fronte a sé e si preparò. Ripose il volume rilegato in pelle sullo scaffale della libreria e uscì. Con passo deciso e sicuro percorse tutto il corridoio. Arrivò alle scale a chiocciola ed iniziò a scendere con attenzione, gli davano un senso di claustrofobia. Una paura di cui non si era mai liberato completamente. Percorse l'ultimo tratto fino alla stanza, respirando lentamente e profondamente per trovare la giusta calma interiore. Aprì la porta e vide un uomo disteso su un tavolo con le mani ed i piedi legati a due argani. Era quasi nudo, i suoi averi erano appoggiati sulla scrivania presente nella stanza.
-Inquisitore... quest'uomo è accusato di conoscere e frequentare un mago o una strega.- disse un uomo vicino al tavolo della tortura.
-Che prove abbiamo per affermare ciò?- chiese l'Inquisitore.
-Sono innocente!- urlò l'uomo legato -non ho fatto nulla! Vi prego... liberatemi.-
-Taci!- ordinò l'Inquisitore -Ascolterò dopo le tue menzogne!-
-Questa mattina i soldati stavano raccogliendo le decime. Quando sono arrivati nei pressi della casa di questo contadino, lo hanno visto intento a cercare di vendere qualcosa ai passanti. Appena si sono resi conto di quello che stava accadendo, hanno deciso di trarlo in arresto e di condurlo qui.-
L'Inquisitore si avvicinò alla scrivania. Guardò i vari oggetti presenti e annuì con il capo. Osservò la carta con particolare attenzione senza toccarla. Un'espressione di stupore comparve sul suo volto. Si voltò mascherando ciò che provava con un'espressione di disappunto e osservò i presenti.
-Lasciatemi solo con questo essere malvagio! Uscite immediatamente!-
Senza fiatare i due confratelli lasciarono la stanza. Chiusero a chiave la pesante porta di legno e si inginocchiarono per pregare. Il lavoro dell'Inquisitore stava per cominciare.
-Vi prego... liberatemi. Io non sono un mago. Sono solo un contadino- bofonchiava l'uomo mentre le lacrime gli rigavano il volto.
-Stento a crederlo! Come sei entrato in possesso di quella carta? Dimmelo!- tuonò l'Inquisitore.
L'uomo aveva paura e la paura non gli permetteva di formulare un pensiero lucido e di conseguenza tardò a rispondere. L'Inquisitore azionò l'argano e iniziò a tendere le braccia e le gambe dell'uomo. Un urlo di dolore si diffuse nella stanza.
-Tempo addietro un uomo arrivò in casa mia. Voleva ospitalità per la notte e del cibo, ma non aveva soldi. Lo aiutai ugualmente. Restò nella mia casa per un paio di giorni. Prima di partire, mi fece dono di quella carta d'oro per ringraziarmi.-
-Vedi che le parole ti vengono quando sei stimolato nel modo corretto- disse l'Inquisitore, mentre ruotava ulteriormente l'argano.
L'uomo urlò nuovamente per il dolore. Adesso respirava con difficoltà, aveva tutti i muscoli tesi, quasi stessero per strapparsi e anche il diaframma faceva fatica a contrarsi. Il dolore era grande.
-Bella storia uomo! Ma non ti credo. Anzi, sai cosa credo? Credo che tu faccia parte di un culto che adora il maligno e che usiate queste come simbolo per riconoscervi e praticare le vostre nefandezze. E credo che oggi, in un momento di follia, tu abbia cercato di disfarti, lucrandoci, di questa prova! Ma la volontà divina si è mossa contro di te!- ringhiò con il volto a pochi centimetri da quello dell'uomo. Negli occhi era visibile tutta la sua furia. Fissò l'uomo in lacrime per diversi istanti. Fece per allontanarsi, ma cambiò idea e azionò con violenza l'argano. Un urlo agghiacciante echeggiò per la stanza, mentre i muscoli dell'uomo si strappavano e le ossa uscivano dalle loro sedi naturali.
-Tranquillo... non morirai ancora, anche se lo vorresti! Voglio divertirmi ancora un po' con te. Dovrò dire che sei stato restio a confessare e che sei deceduto perché ti ostinavi a non ammettere i tuoi peccati. A non confessare le tue colpe.- disse con voce pacata all'uomo immobile e con l'espressione di dolore dipinta sul volto. Slegò il corpo e lo usò con un certo divertimento con gli altri manufatti presenti nella stanza. Ascoltare le urla di dolore lo divertiva, lo faceva sentire vivo e poi non poteva uscire subito, aveva un'immagine da preservare. Girò quattro volte la clessidra prima di decidere che era giunto il momento di interrompere i giochi. L'uomo era in fin di vita. Non urlava praticamente più.
Si avvicinò alla carta e la guardò, un sorriso si disegnò sul suo viso. "Ecco come morirai." Tornò verso l'uomo, lo prese e lo gettò a terra. Prese una fune che pendeva dal soffitto e ne legò un capo alla caviglia dell'uomo. Legò l'altra caviglia al ginocchio e bloccò le mani dietro la schiena, quindi lo issò. Ora l'uomo era appeso a testa in giù. "Non male... non male... ma vediamo di terminare in fretta quest'opera!" Spostò una botte quasi piena d'acqua sotto il corpo dell'uomo e quindi lo abbassò al suo interno. L'uomo non riuscì a reagire. Capì che ormai non c'erano più speranze, vedeva la propria morte. Pochi minuti nell'acqua e l'uomo smise di dimenarsi.
L'Inquisitore prese tutti gli averi dell'uomo e li gettò nel fuoco, che ebbe una vampata. Prese la carta d'oro e la nascose all'interno del suo abito. "Finalmente... ho trovato un'altra carta perduta! Me ne mancano ancora molte, ma se è vero quello che dice il libro quando le avrò tutte sarò..." Non concluse il pensiero. Salì le scale, aprì la porta ed uscì. I due uomini erano ancora lì a pregare.
-E' morto. Non ha voluto dire nulla per aiutarci. Ho fatto di tutto per aiutarlo, ma ahimè ho fallito. Prima di uscire ho bruciato tutto quello che possedeva, il male non deve uscire da quella stanza! Alimentate ancora il fuoco. Vado a trovare conforto nelle mie stanze.-
-Come desidera... Inquisitore.- risposero i due.
Si accomiatò e si incamminò lungo il corridoio. "Devo averle tutte! Devo averle tutte! Gli Arcani del Potere saranno miei... solo miei!"